Vittime innocenti e feroci sul palcoscenico della distruzione, di Adriana Cavarero – Il Manifesto 28 marzo 2008

Orrorismo Vittime innocenti e feroci sul palcoscenico della distruzioneLa crisi del lessico politico di fronte alla violenza. La rielaborazione di uno degli interventi in programma oggi al meeting «Try Freedom» sugli studi postcoloniali Un attentato kamikaze compiuto a Baghdad da due donne affette dalla sindrome di Down rivela il corto circuito autoreferenziale annidato in seno al terrorismo
Adriana Cavarero

Al giorno d'oggi una teoria della violenza non può che essere globale: le pratiche umane di massacro, infatti, permeano in profondità l'attuale universo geopolitico post-statale e metamorfico, un universo caratterizzato - e all'apparenza cristallizzato - da molteplici avvenimenti, che avvengono con sempre maggiore frequenza in ogni angolo del pianeta e nei quali le persone indifese, proprio in quanto totalmente vulnerabili, si rivelano come i bersagli esemplari della devastazione. Tali avvenimenti sono importanti e significativi per la concettualizzazione dell'orrore, ma in una prospettiva occidentale nessuno di loro può evidentemente competere, se non altro per le sue dimensioni spettacolari, con il crollo delle Torri gemelle


Lo scatto della storia
All'indomani del disastro, John De Lillo ha scritto sul «Guardian» che «questa catastrofe cambierà il modo in cui pensiamo e operiamo, momento per momento, settimana per settimana, per un numero imprecisato di settimane e mesi a venire, e per lunghi, durissimi anni». Vale la pena citare questa breve frase per la sua capacità di definire un sentimento comune che era largamente condiviso in quei giorni, e continua a esserlo adesso, vale a dire la percezione del nostro presente come un'epoca che, ben lungi dal corrispondere alla fine della storia, è intessuta di violenza su una nuova scala, catastrofica e spettacolare. In poche parole, a dispetto della tesi di Francis Fukuyama, la storia non è giunta alla fine, e la globalizzazione non è affatto riuscita a dare al mondo intero intero una trama comune all'insegna della democrazia liberale e della pace. Al contrario, all'inizio del terzo millennio, la storia ha avuto semmai uno scatto in avanti, rivelando quello che è il segno distintivo della nostra epoca, in termini di una forma assai specifica di violenza: la violenza sugli inermi colpiti in massa e a caso.
Il nodo della storiografia è, naturalmente, tutt'altro che semplice. I modelli che si servono degli avvenimenti catastrofici per narrare la traumatica transizione da un'epoca all'altra sono, come si sa, discutibili e controversi. Il sospetto con cui Francois Lyotard guarda alle grandi narrazioni di legittimazione che caratterizzano la modernità dell'Occidente è ben noto. Così come è noto l'invito ben più incoraggiante di Hayden White a raccontare la storia come una rete di trame incrociate, evitando gli schemi hegeliani. Resta il fatto, che forse a causa del modello escatologico cristiano, che ha connotato e continua a connotare l'idea occidentale di secolarizzazione, il crollo delle Torri gemelle ha avuto un effetto irresistibile sulla percezione generale di una svolta epocale nella storia.

Una ferita infinita

Inoltre, lo scenario post-apocalittico di New York ha non soltanto operato con straordinaria efficacia nel dare vita a una narrazione plausibile intorno all'avvento catastrofico di una nuova era, ma ha saputo mettere in luce lo specifico «spirito» del tempo, che si incarna nell'ordinario massacro di vittime indifese.
Lungi dall'indulgere in disegni pianificati per la storia, orrorismo è il nome con cui ho scelto di definire questo violento Zeitgeist. Come ha notato a suo tempo Jacques Derrida, «quello che è terribile dell'11 settembre, quello che rimane "infinito" in questa ferita è che noi non sappiamo che cosa è, né sappiamo come descriverla, come identificarla, o perfino come nominarla». Per la nostra comprensione o immaginazione, è difficile «attribuire significativamente qualsiasi concetto» all'avvenimento. Concetti significativi: proprio questo è il punto.
Spettacolarmente esibita l'11 settembre a New York, ripresa su scala minore a Madrid e a Londra, la cruda realtà di una violenza contro gli indifesi - quella stessa realtà che appare come una ordinaria condizione umana a Gaza o a Baghdad - non può avere come esito l'ineffabilità. La ordinaria presenza di una «violenza del terzo mondo» nel «primo mondo» ci ha finalmente costretto a venire a patti con questo segno specifico dei tempi, senza consegnarlo al fatalismo o al silenzio. Per dirla in parole povere, allude piuttosto a un'urgenza di riconcettualizzare il nostro linguaggio, se non il nostro immaginario, in modo da fornire nomi plausibili alla modalità distintiva di distruzione con la quale siamo definitivamente confrontati.
Definire questa condizione in termini di guerra e di terrorismo rischia ormai di essere inutile, equivoco e fuorviante. In quanto eredità obsoleta del passato, il lessico della modernità politica non funziona più per nominare la contemporaneità. Invece di descrivere il presente, il rischio è di giustificare / produrre il massacro come modalità immanente del suo funzionamento e di generare una confusione lessicale. Questa confusione nasce essenzialmente da un errore di fondo. Guerra e terrorismo, fedeli alla nomenclatura tradizionale, persistono nell'osservare la scena della distruzione dalla prospettiva del guerriero, sia esso regolare o irregolare. Lo scenario tuttavia è profondamente cambiato. Sul palcoscenico della distruzione umana i guerrieri sono notoriamente e sintomaticamente invisibili.
Le vittime indifese, la gente vulnerabile, i civili massacrati a caso sono oggi gli ordinari protagonisti. Se la nuova era richiede significato e la continuità semantica delle strutture politiche tradizionali di intelligibilità deve essere abbandonata, la prospettiva degli indifesi appare dunque molto più plausibile di quella del guerriero. Concentrando il mio discorso sull'orrore, l'horror, sono naturalmente consapevole di toccare un'area semantica ampiamente colonizzata dalla letteratura, dalla teoria letteraria, dagli studi di cinema, dalla psicologia, dall'estetica e da numerose altre discipline. Appunto per questo, nel mio libro sull'orrorismo, avevo cercato di evitare di trattare direttamente la questione del genere horror presentando in conclusione una sorta di omaggio a Joseph Conrad. («l'orrore, l'orrore...», è difficile resistere).
Vale la pena adesso riprendere questo tema, perché è evidente una notevole somiglianza fra il personaggio su cui avevo in quel testo appuntato la mia attenzione - il povero Stevie dell'Agente segreto - e un fatto accaduto di recente: a Baghdad, il 2 febbraio 2008, esplosivi telecomandati sono stati attaccati a due donne affette dalla sindrome di Down e sono stati fatti esplodere in attacchi coordinati in due mercati del venerdì, uccidendo almeno una settantina di persone e ferendone circa centocinquanta. Il tema è estremamente delicato e forse anche politicamente scorretto. Ma così è anche, in effetti, l'orrorismo.
Nel romanzo di Conrad, Stevie è un ragazzo ritardato appositamente scelto dall'anarchico Verloc perché depositi una bomba a orologeria all'osservatorio di Greenwich. Facilmente manipolabile, innocente e del tutto inconsapevole, Stevie inciampa, mentre attraversa il parco, così che la bomba esplode e il suo corpo si disintegra in mille pezzi. Insistendo sui particolari, Conrad sottolinea gli aspetti più ripugnanti della vicenda. Ma quello che conta di più, almeno secondo il mio punto di vista, è che la storia si può leggere attraverso il paradigma dell'insulto ontologico inerente allo smembramento di una persona indifesa, la cui assoluta vulnerabilità viene qui di proposito enfatizzata, e per così dire raddoppiata, dalla condizione di ritardo mentale del ragazzo. Indifeso, bisognoso di cure e di protezione, Stevie è così trasformato da Conrad in una vittima esemplare, e non in un martire accidentale, precisamente a causa della sua innocenza. Il compito di svelare la sostanza orroristica dell'azione condotta inconsapevolmente, è affidata in questo racconto di invenzione allo stato paradigmatico di totale vulnerabilità del ragazzo. Il suo essere esemplarmente indifeso rende Stevie al tempo stesso l'attore strumentale e l'oggetto della distruzione.
Diversi aspetti ricollegano la storia inventata del ragazzo a quella reale delle due donne affette dalla sindrome di Down e recentemente trasformate in kamikaze da esplosioni telecomandate. Diventando agenti di un omicidio che è insieme anche un suicidio, senza probabilmente essere in grado di comprendere il significato né dell'uno né dell'altro atto, queste due donne condividono con lo Stevie di Conrad la funzione di esprimere l'insensatezza di quel cortocircuito autoreferenziale che si annida nella sostanza stessa dell'orrorismo.

Icone di cura
Il possibile senso insito nella esecuzione di un atto così distruttivo - un significato spesso descritto dagli accademici che si occupano del terrorismo contemporaneo come una reazione comprensibile, se non giustificabile, alla disperazione o alla umiliazione di genti o nazioni - viene di fatto qui annullato da una scena scandalosa che, infrangendo i confini di una normale interpretazione, eccede qualsiasi logica di motivazioni, strategie e compiti.
Nell'attentato di Baghdad, inoltre, l'arma è un corpo di donna. Dal momento che, nel caso di un kamikaze di genere femminile, tendiamo a guardare alla donna come alla vittima di una manipolazione da parte degli uomini violenti che sfruttano il ruolo subordinato delle donne nella società islamica, la nostra percezione delle persone indifese come nucleo essenziale della autoreferenziale distruzione contemporanea diventa ancora più intensa. Dopotutto, non sono le donne icone tradizionali e transculturali di cura materna? Non è la loro cura dedicata proprio ai vulnerabili, ai bambini, ai totalmente indifesi? Non hanno le donne un atteggiamento particolarmente sensibile nell'occuparsi delle persone affette da sindrome di Down, e che dunque richiedono attenzioni speciali? Questo è esattamente il punto: per dare un nome alla violenza contemporanea, e non semplicemente per il gusto di produrre neologismi qualunque, dobbiamo affrontare, confrontarci e cercare di capire la natura paradossale e inaudita del suo soggetto / oggetto: la vittima indifesa trasformata nel perpetratore forse involontario del delitto è esattamente ciò a cui l'orrorismo cerca di dare nome.

Dentro un varco sospeso
Il ragazzo immaginato da Conrad e le donne affette da sindrome di Down rivelano la mise en abyme di tutti i criteri esistenti per capire la violenza, il delitto, il castigo e la responsabilità. Ma al tempo stesso, nel doppio volto della loro innocenza, ci pongono una domanda.
Cosa succede se proprio il nucleo dell'orrorismo che essi rivelano ci aiuta a trovare una strada fuori dalla violenza apparentemente insensata del presente? Che cosa accade se la loro innocenza pervertita porta con sé la possibilità di ripensare l'etica? Nel varco di sospensione aperto dalle attuali forme di violenza cui si è dato il nome di orrorismo, è dunque possibile scorgere i contorni ancora confusi di un'etica a venire, l'imperativo della quale si pone esattamente nell'alternativa fra cura e ferita, nell'opzione fra sorreggere o ulteriormente danneggiare la vulnerabilità che tutti noi rappresentiamo.Da “Il Manifesto” 28 marzo 2008

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