Da un paio di mesi io e Chiara, tutti i sabati mattina, quando siamo libere dal lavoro, andiamo “a fare un giro”in piazza dei Mille, via Terrazzini e dintorni. Qualcuno lo chiama quartiere Sant’Andrea, ma non esiste in questa città un quartiere con quel nome. Sant’Andrea è il nome di una chiesa e di una strada, il quartiere si è sempre chiamato San Marco-Pontino e non è mai stato un luogo particolarmente elegante. Perché andiamo lì? Beh, semplice, abbiamo letto e sentito che quello è diventato un “quartiere malfamato”dove non è sicuro abitare, lavorare, vivere. Dove la notte accadono risse e accoltellamenti, dove le donne residenti hanno paura a rientrare in casa da sole la sera o dove è facile trovare i portoni imbrattati di urina o vomito. E noi abbiamo voluto verificare di persona.
Pratichiamo quella che per l’antropologia urbana è “osservazione partecipante”.
Fin dal primo giorno ci siamo presentate in alcuni negozi gestiti da donne immigrate semplicemente con i nostri nomi, come semplici cittadine di Livorno un po’ curiose. E così abbiamo iniziato a conoscerci e a parlare di molte cose. Entrare in questi negozi è un po’ un “viaggio esotico”: profumi di spezie, barattoli e frutti strani, treccine per capelli di ogni colore e lunghezza, parrucche, abiti dai colori sfavillanti. Ricordano un po’ le vecchie mesticherie e drogherie della nostra infanzia, dove si trovava di tutto. Ed abbiamo scoperto che quello è un quartiere dove c’è una grande umanità, legami forti tra persone che non vivono lì ma ci lavorano tutti i giorni, solidarietà, amicizia. E non solo all’interno del gruppo di chi “è nato/nata altrove” ma anche con alcune donne lì residenti da molti
anni. Le donne infatti sono protagoniste di questi incontri, perché sono loro a creare il tessuto sociale di un territorio, le loro azioni quotidiane, come fare la spesa, fermarsi un po’ a parlare, bere insieme un caffè al bar. Ed esse, ormai divenute nostre amiche, non sono “povere donne immigrate”, ma donne forti e coraggiose, che hanno deciso di lasciare la loro terra per fuggire dalla violenza, per avere una vita migliore per sé e i propri figli/figlie, perché non volevano più subire una società dove l’uomo comanda e la donna ubbidisce, possibilmente in silenzio, altrimenti son botte. Donne che inseguono il loro sogno, magari di fare l’infermiera, in cui comunque loro sono padrone di se stesse.
Qualcuna ha sposato un italiano dolce e gentile, altre sono qui da sole. Perché uomini e donne sono diversi, anche quando emigrano, e diverse sono le motivazioni e i sogni che si portano dietro. Aprire un negozio per queste donne significa “essere visibili”, avere un luogo dove socializzare, incontrare gente, parlare.
La notte invece non ci sono donne in giro, come non ci sono in quasi tutti i quartieri di Livorno.
Qualcuno beve troppo, qualcuno tira fuori un coltello, qualcuno spaccia. Ma questo è cronaca in ogni quartiere, anche nei più signorili e borghesi.
L’identità di un territorio dipende anche dalle immagini che circolano sui media. E allora ci chiediamo perché questo viene descritto come un quartiere difficile? C’è uno specifico interesse a far crollare i prezzi degli appartamenti e dei fondi commerciali?
Letizia Del Bubba (Lilly) e Chiara De Marino
(Associazione Centrodonna Evelina De Magistris – Livorno)
Ciao Letizia, ho letto con interesse il tuo articolo e, abitando in via terrazzini ,devo dire che la tua descrizione è in parte veriteria ma un po’ superficiale.
Purtroppo la situazione è davvero particolare e a volte al limite della sopportazione; sono a favore dell’integrazione ma tutto ciò dovrebbe avvenire con rispetto e controllo da parte delle autorità competenti.
I negozzi o presunti tali non rispettano nessun tipo di orario o turno di riposo, così anche ben oltre qualsiasi ragionevole orario siamo costretti a subire confusione e schiamazzi di persone più o meno ubriache anche fino alle 22 di sera.
In Via Terrazzini 27/29/31 ha aperto da poco un locale gestito da peruviani e, se la domenica pomeriggio( GIORNO IN CUI OGNUNO DI NOI SPERA IN UN PO’ DI RIPOSO E PACE) è frequentato da famiglie e quindi un po’ più rassicurante ma ugualmente rumoroso, in quanto tengono la musica a tutto volume tanto da sentirle anche a finestre chiuse e tv accesa;il venerdi, il sabato, e la domenica sera, è frequentato da gente davvero rumorosa e ubriaca che poco invoglia ad uscire (stanno sempre fino a mezzanotte/l’una.)!!!!
Domenica scorsa ad esempio mi sono affacciata per chiudere le persiane della mia frinestra, che è praticamente davanto a questo”club” e c’era uno di questi ragazzi peruviani che stava urinando di fronte al mio portone!!!!!
Allora mi chiedo è possibile che in zone sensibili come questa continuino a dare i permessi per aprire questi pseudo locali senza nessun controllo?
Credimi a volte la situazione e davvero pesante.
E la sensazione è quella di essere abbandonati a noi stessi, dove l’unica cosa che regna è l’anarchia.