una vita insegnando parole al femminile

IL TIRRENO     LIVORNO      SABATO 13 MARZO 2010

Liliana Paoletti Buti      Una vita insegnando parole al femminile
IL RITRATTO
di Cristiana Grasso


 Chi l’ha conosciuta da ragazza, insegnante giovanissima e già fuori dagli schemi, non riesce a togliersi dalla testa quell’immagine un po’ cinematografica, una morettina carina e piena di energia che tutte le mattine se ne andava a scuola svelta svelta e carica di libri. Anni Cinquanta,cappottini che poi non ha mai abbandonato,quella eccezionale curiosità intellettuale che l’avrebbe portata a condurre battaglie didattiche ma anche culturali e politiche.
Comincia di qui, da quel passo svelto e inconfondibile, da quella grinta che non si addiceva alle donne del tempo, la storia di Liliana Paoletti Buti a Livorno. Che avrebbe camminato, e studiato, e scritto (su riviste, giornali, saggi), e spiegato, e lottato al fianco di tantissime altre donne. Quelle dei gruppi della Libreria delle Donne di Milano e del Virginia Woolf di Roma, e quelle del Centro Donna di Livorno che proprio lei volle creare e che ora, a sette mesi dalla morte, le viene intitolato. Non interrompendo mai, fino agli ultimi anni della sua vita, la battaglia. Battaglia femminista quando di femminismo si iniziò a parlare a Milano e a Roma e nel mondo, ma sempre alla larga dai luoghi comuni, dagli stereotipi, dal conformismo dell’anticonformismo. Con una serie di obiettivi, saggiamente a lunga scadenza. Abbattimento del patriarcato, affermazione della diversità femminile come valore, frantumazione delle gabbie in cui certa psicanalisi aveva incatenato  le donne, “per natura” invidiose del maschio e sempre “per natura” rivali delle altre donne, rivali soprattutto della propria madre. Non erano temi facili anche se erano gli anni Settanta e la voglia di riflettere e discutere era al top. Ma Liliana, “la Buti” come la chiamavano le sue alunne che anche dopo decenni non riuscivano a darle del “tu” come invece voleva lei, era una che andava dritta per la sua strada, a passo svelto appunto. E non camminava veloce e instancabile solo per le donne e un loro futuro che andasse oltre la semplice emancipazione dentro il sistema di potere maschile. Aveva marciato per esempio, addirittura negli anni Sessanta, per una scuola più moderna, più viva, meno paralizzata in programmi e testi che non guardavano fuori dalla finestra. E l’aveva fatto niente meno che al liceo classico Niccolini Palli, scuola d’elite, dove la tradizione non si discuteva. Lei (insieme al marito, il professor Giovanni Buti) che insegnava lettere, storia, geografia, latino e greco, invece la mise in discussione. Organizzando incontri, seminari, trasferte per assistere agli spettacoli teatrali in giro per la Toscana ma anche oltre. La maggior parte dei suoi studenti, soprattutto delle sue studentesse, l’adorava. Chi non l’amava spesso non la sopportava, perché “la Buti” non faceva sconti e se quando lei ti apriva un mondo ti giravi dall’altra parte non te la faceva passare liscia. Niente sconti anche a tutte quelle, davvero tante, che anno dopo anno, finito il liceo, le rimanevano accanto, frequentavano la sua casa, condividevano i suoi studi.
Brusca, sincera, rigorosa nella sua continua ricerca di nuove idee, nuovi spunti, motivi di crescita e di confronto che potessero aiutare le donne, quelle vicine a lei e quelle lontane, a guadagnare ogni giorno un pezzetto di terreno. Per esempio attraverso il linguaggio, una sfera sulla quale Liliana Paoletti Buti lavorava con particolare passione convinta che proprio il linguaggio fosse la cartina di tornasole che rivelava l’alta dose di sessismo che impregna la vita di tutti i giorni. Guerriera, non si faceva scoraggiare nemmeno dall’avanzata delle veline e dal machismo di ritorno. Convinta che comunque indietro non si torna.

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