“CONTESA E SOSPESA TRA DUE LUOGHI”. UN INCONTRO CON ELVIRA MUJČIĆ

 

 

 

Abbiamo incontrato Elvira , lo scorso 27 ottobre, al Museo di Storia Naturale del Mediterraneo di Livorno .

Questo il racconto di Paola Meneganti

La notte lava la mente./ Poco dopo si è qui, come sai bene,/ file d’anime lungo la cornice,/ chi pronto al balzo, chi quasi in catene./Qualcuno sulla pagina del mare/ traccia un segno, figge un punto./ Raramente un gabbiano appare./ 

Sulla terra accadono senza luogo/ senza perché le indelebili/ verità, in quel soffio ove affondan/ leggere il peso le fronde/ le navi inclinano il fianco/ e l’ansia de’ naviganti a strane coste,/ il suono d’ogni voce/ perde sé nel suo grembo, al mare al vento.

 (Componimenti poetici di Mario Luzi)

Elvira Mujčić, l’autrice de “La lingua di Ana”, viene da Srebrenica, uno dei luoghi in cui più si è dimostrata feroce la guerra nella ex Jugoslavia dei primi anni ’90. Ne ha parlato direttamente nei suoi due libri precedenti: “Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica”, e “E se Fuad avesse avuto la dinamite?”.

In questo ultimo testo, che ha presentato in un incontro pubblico, organizzato dall’Associazione Centrodonna Evelina De Magistris, svoltosi al Museo di Storia Naturale del Mediterraneo di Livorno lo scorso 27 ottobre, Elvira non sceglie il registro direttamente autobiografico: il suo alter ego, Ana, è una ragazza moldava che narra la propria esperienza di sradicamento e costruzione di un nuovo percorso di vita, a seguito della sua venuta in Italia, per raggiungere la madre, partita per cercare qui lavoro. Elvira giunse in Italia con la mamma, la nonna e i fratelli per sfuggire alla guerra: ma la sua esperienza, “contesa e sospesa tra due luoghi”, parla attraverso le parole di Ana. “Da quando ero arrivata in Italia, mi accadeva spesso di non sapere che fare del mio corpo … io spostavo lo sguardo di qua e di là e non sapevo dove fermarmi, a cosa aggrapparmi” (pag. 45). Ana, col corpo capisce, col corpo si esprime, col corpo ingaggia una battaglia nei confronti della lingua. La lingua materna, la lingua che risuona dentro di lei e che è casa, madre, abitudini, ricordi, la sua lingua mondo deve confrontarsi, piegarsi al confronto, fare spazio a quella nuova, la lingua, quella italiana. lo esige la nuova vita, la scuola, le amicizie. Ana resiste, e ingaggia un corpo a corpo con la lingua materna, temendone l’abbandono, guardando stupita la madre che riesce a confrontarsi con quella nuova: “Mi chiedevo come la mamma potesse essere ugualmente felice in un’altra lingua, come potesse esserle così facile ridere, discorrere, scherzare. Ma soprattutto, non capivo come potesse amare in questa nuova lingua […] Mi consolavo con l’idea che, una volta imparato l’italiano, magari la mia visione sarebbe cambiata. Ma immediatamente mi prendeva il panico: e se poi il moldavo mi fosse sembrato finto e inespressivo?” (p. 53). Ana reagisce, spesso, con il silenzio: soffre l’incapacità di dire concetti e sentimenti in modo inadeguato, soffre anche l’ironia che a volte accoglie i suoi inevitabili errori, la difficoltà a districarsi tra le parole; e allora, ecco la terza lingua, tra italiano e moldavo: il mutismo. “Sempre e solo con i sensi sapevo comunicare” (p. 73); rifiuta il mix di italiano e moldavo che è la “particolare lingua” della madre e si allontana anche da lei: “La mamma era padrona di un mondo che non sentivo mio … dov’erano le parole? […] la lingua mi abbandonava”. Il dialogo con la madre diventa impossibile: “non esiste più una nostra lingua”. Ana soffre un nuovo abbandono, dopo quello della mamma che l’aveva lasciata per lavorare in Italia, dopo quello del ragazzo di cui si era innamorata (“appena mi abbandonavo nelle braccia di qualcuno, questo se ne andava e mi lasciava”, p. 84). Ana inizia una vera e propria sfida con l’italiano, poiché “parole nuove possono far diventare una nuova persona”, p. 88. Questa sfida è anche una ricerca di onestà e verità, e la strada è “scendere in profondità dentro se stessi” (p.99). Ana si rivolge alle parole della poesia: parole oneste. “Due sole cose mi calmavano: ricopiare frasi dei libri e camminare” (p.90). Il problema delle parole “era la profondità: non si poteva mai sapere fino a dove la parola poteva scendere e conficcarsi nella carne” (p.91). Sarà una figura singolare e complicata, dalla storia ambigua, una anziana signora di nome Adele, che Ana incontra nel suo isolamento, a farle attraversare il confine tra le due lingue, per raggiungere una sorta di lingua-mondo, in cui poter abitare. Adele, secondo cui ci sono possibili racconti diversi. Ana potrà, allora, ascoltare la verità della madre: “Mi sei mancata più di ogni altra cosa al mondo. Sarei stata disposta anche a non mangiare pur di riaverti con me. Me n’ero andata da casa sperando di dare un futuro a te. Solo dopo mi sono accorta che, in nome del futuro, ti avevo tolto il presente” (p.160). Le cose cambiano, e “ci vuole una grande voglia di vivere per non soccombere davanti ai mutamenti del tempo […] Mamma aveva ragione: le cose non saranno mai come una volta, ma è proprio questo il bello” (p. 163). Si può rinascere, in un nuovo amore, in una nuova storia, in una nuova lingua.

Senti, senti:/ quando ero piccolo,/ giocavo con le parole./ Giocavo male,/ ne ho perse molte,/ quasi tutte./……………

Ora ricomincio/ a imparare le parole./ Ah, è difficilissimo/ impararle alla mia età!/ Finché dico madre,/ diventa grande mio figlio,/

 finché dico padre,/ i miei capelli si tingono di bianco . (Grigore Vieru, “Orfeo rinasce nell’amore”)

Nel corso del dibattito, i ragazzi e le ragazze delle scuole medie “Bartolena” di Livorno, con la loro insegnante Daniela Tognotti, hanno rivolto molte domande all’autrice, sollecitati dal libro su cui hanno lavorato in classe e che li ha molto coinvolti. “La lingua di Ana”, ha detto Elvira, è una storia di vita. La nostra identità passa attraverso la lingua: è uno dei modi per esprimerci, per presentarci agli altri. La mia esperienza è stata quella di uno spiazzamento linguistico. Appena giunta in Italia, avevo una faccia quasi da ebete, perché non capivo. Era terribile avere così poche parole a disposizione e doversi esprimere. Non ho voluto parlare direttamente di me, e ho scelto la nazionalità moldava, perché ho un serio problema con l’autobiografia. In genere, si tende a identificare lo scrittore migrante con la propria autobiografia. Invece, lo scrittore scrive di quel che sa, di un’esperienza di vita: così facendo, mette le persone di fronte a tante domande. Sei uno straniero, sei definito “lo straniero”, e ti chiedi più in profondità, rispetto a prima, chi sei. La letteratura degli scrittori migranti sembra essere a tema; in realtà, è letteratura, pone domande. Ho cercato d staccarmi dall’autobiografia. L’emigrazione sembra questione di emergenza e di solidarietà: ma non è solo questo. L’emergenza è anche la lingua: si perdono le parole, e insieme a queste, che cosa? La lingua non consiste soltanto in simboli e segni, ma “l’unico confine del nostro mondo è il nostro linguaggio”. La lingua esprime un mondo: perdendo la lingua, perdi quel mondo che la lingua rappresentava.

All’inizio, mi sembrava una conquista, aver imparato l’italiano, ma poi ho capito che avevo perduto in emotività, esattamente come accade nel rapporto tra dialetto e lingua. Mia madre ha reagito diversamente: la sua lingua è una sorta di bosniaco-italiano. Mia madre è stata davvero eroica: vedova a 36 anni, a causa della guerra, è venuta in Italia con sua madre e tre figli. Lei passa da una lingua all’altra: non ha una lingua madre. Invece, il bosniaco, per me, è un pozzo di emotività da cui posso attingere.

Ana diceva di non trovare le parole: voleva parlare solo quando avrebbe potuto farlo benissimo. Imparando una nuova lingua, c’è un momento in cui perdi un po’ la tua lingua madre. Alcune parole vengono sepolte. Spesso riemergono.

Ho scelto la nazionalità moldava, per Ana, perché avevo visto un documentario sugli “orfani bianchi”, figli di persone emigrate per cercare lavoro, affidati ai nonni o messi in istituto. Spesso i figli non capiscono i sacrifici dei genitori e questi ultimi non capiscono le difficoltà dei figli. Ho parlato, qui in Italia, con molte donne moldave, ho ascoltato le loro storie.

“Non cambiare mai” è una frase trappola. La madre di Ana dice: è bello il cambiamento. Il cambiamento prevede una separazione da uno stato in cui si era. Lasciarsi cambiare – essere leggeri.

Uno straniero non è solo una persona che devi aiutare. La solidarietà è un comportamento utile, in una prima fase, ma è semplice e provoca comunque uno squilibrio del rapporto. L’apporto degli stranieri deve essere vissuto come un rapporto. Abbiamo perso la curiosità nei confronti delle persone e le identifichiamo per quel che fanno (badanti, venditori di rose, ambulanti …) e non per quel che sono. Non è odio o xenofobia, ma è indifferenza e fastidio. Bisogna interagire e non vedere le persone come un “problema da risolvere”.

La Bosnia: dopo la separazione del Paese, la burocratizzazione è cresciuta a dismisura. Ci sono tre presidenti che non si incontrano mai, neppure in Parlamento. A 30 km di distanza, accade che si possa studiare, nelle scuole, che Mladic e Karadzic erano eroi, oppure criminali di guerra. Nessuno fa investimenti, la disoccupazione è al 40%. I tre presidenti, dopo la guerra, hanno instillato più che mai l’odio reciproco. È conveniente per il sistema di potere che la situazione vada avanti così.

Sto lavorando ad una rubrica, “Strizzaparole”: intendo cercare il valore di parole che non lo hanno più. Parole svuotate di significato e diventate retorica: libertà, coscienza civile, sicurezza.

La questione dell’identità: l’identità forte serve ad annullare quelle vicine. In Bosnia, c’è stata, dopo la guerra, la costruzione di una identità forte, rigida, basata sull’appartenenza religiosa. Hanno costruito moltissimi edifici di culto: chiese ortodosse, cattoliche, moschee. Ci si sforza di piazzare più in alto croci o altri simboli.

Le identità nazionali e religiose sono pericolose. Hanno convinto le persone che importante è l’identità che possiedono, non quello che sono. In questa luce si danno obbrobri ideologici e di propaganda.

All’ultima domanda, sul perché scrive, Elvira risponde che si fa un libro perché si pensa di avere cose importanti da dire, perché si hanno sensazioni e idee da chiarire, perché è un modo per relazionarsi con altre persone.

E, alla fine, Maria, ragazzina di origine rumena, legge in originale la ninna nanna che cantava la mamma di Ana e una poesia di Grigore Vieru.

“… nella tua lingua / vivi l’amor materno, / senti il sapor del vino / e gusti un vero pasto. / (…) solo nella tua lingua / il pianto puoi placare. / Ma quando tu non puoi / né piangere, né ridere, / quando cantar non puoi, / davanti alla tua Terra / davanti al tuo cielo, / nella materna lingua, / vivere il silenzio puoi)”.

 

 

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