Le donne della difesa civica a Livorno

Le donne della Difesa Civica a Livorno. Una esperienza al femminile

Recensione di Paola Meneganti

Trovo importante che il Comune di Livorno abbia realizzato la pubblicazione di questo libro, “Le donne della Difesa Civica a Livorno. Una esperienza al femminile”, perché non si è trattato solo di una importante azione amministrativa e non contano solo i notevoli risultati raggiunti, dal 1998 al 2011. Lo si capisce dalle parole a vario titolo declinate dalle funzionarie, dalla dirigente, dalle Difensore che vi hanno lavorato nel corso degli anni. Già, tutte donne. Perché niente accade mai per caso. Non è un caso che l'avvocata Maria Pia Lessi (Difensore Civica dal 1998 al 2004) sia stata tra le fondatrici del Centro Donna di Livorno, protagonista, certamente in relazione con altre, di un lavoro pluriennale e prezioso, assolutamente gratuito, fatto non solo di consulenza ed orientamento legale per le donne che ne avevano necessità, ma di pratica di ascolto e di fiducia, e che tutt'oggi sia impegnata nella valorizzazione della pratica culturale e politica delle donne. Non è un caso che l'avvocata Gisella Seghettini (Difensore dal 2005 al 2011) svolga da anni, nel CESVOT (il Centro Servizi Volontariato Toscana), un'importante attività tesa alla cultura e all'educazione civica e alla tutela dei diritti di ognuno e di ognuna, soprattutto oggi che l'istituto della Difesa Civica comunale è stato soppresso dalla Legge finanziaria per il 2010. Tale legge prevedeva che, nella materia, subentrasse il/la Difensore Civic* provinciale. Peccato che, complici i dannosi ritardi che a volte si verificano nella prassi delle amministrazioni, in alcune Province, come quella di Livorno, il/la Difensore Civic* provinciale non sia stata nominat* per tempo, e che, nel 2011, le Province stesse siano entrate in un tunnel deprimente e kafkiano, rispetto alle decisioni governative sulle proprie funzioni, sul riassetto, sulla stessa propria esistenza. Chi può pensare, adesso, al/alla Difensore Civic* provinciale? Non amo l'antipolitica professionale à la Grillo o à la Rizzo-Stella: ma certo, fa pensare che i vari governi nazionali abbiano previsto i tagli alla spesa pubblica, la spending review, la razionalizzazione dei costi - per citare solo pochi elementi del bestiario terminologico che in questi anni abbiamo ascoltato - rivolgendoli, in primis, ad istituti locali, vicini alla cittadinanza, realtà di prossimità, realtà in cui è stato possibile e sarebbe ancora possibile, utilizzando competenza, fantasia e passione, esercitare quella sussidiarietà orizzontale, quella capacità di interagire, dialogare, collaborare, ma anche interrogare e questionare, in un rapporto vivo tra cittadinanza, in tutte le sue articolazioni, e istituzioni, che è elemento fondamentale della democrazia. Ma forse è proprio questo che dà fastidio. Sarebbe lungo e fuori tema ragionare attorno all'operazione di nuovo centralismo statalista e statolatrico che si sta costruendo in questi anni. È ovvio, uno Stato lontano è meno facile da interrogare, da mettere alle strette; è meno facile chiedergli conto. Forse è anche più facile, per lui, cedere pezzi pubblici al miglior offerente. Con questo, non voglio idealizzare cultura e pratica delle amministrazioni locali: ma penso che occorrerebbe riflettere bene sul perché l'imposizione del dimagrimento pubblico si sia esercitata in maniera pesantissima soprattutto in periferia, piuttosto che al centro.

Ma torniamo al libro. Scrive Seghettini, citando una nota dell'OCSE del 2001: “[…] il rafforzamento delle relazioni con i cittadini è al tempo stesso un sano investimento per migliorare la PRESA DI DECISIONE e un elemento fondamentale del BUON GOVERNO”. Questa è una risposta concisa ed adeguata a tutte le stucchevoli, ricorrenti polemiche sulla sindrome NIMBY e simili: quelle, per capirsi, di chi sostiene che la reazione della cittadinanza ad ogni scelta delle amministrazioni pubbliche (dalle più impattanti, e qui viene bene l'esempio TAV, a quelle più “morbide” e più limitate) si esprima in una sorta di “no” aprioristico, dettato proprio dall'atteggiamento NIMBY, Not In My Back Yard, non nel mio giardino. A questo proposito, vorrei citare una frase che ho ascoltato sere fa, dal professor Settis: occuparsi di una cosa piccola non è un tema di nicchia. La democrazia è fatta da cittadini che si preoccupano e che si sentono responsabili di quello che avviene attorno a loro. Certo che la “relazione” con la cittadinanza è un tema alto e di non facile declinazione. Ma si può fare. Lo dimostra, tornando all'ambito della Difesa Civica, il racconto delle questioni affrontate, dei progetti realizzati, delle nuove e buone pratiche adottate, delle “invenzioni” rese possibili con l'apporto di molte e di molti, cittadini e cittadine, dipendenti comunali. Scrive Maria Pia, Lessi, sulle orme di Vandana Shiva: “le voci di liberazione e trasformazione che forniscono nuove categorie di pensiero e nuove piste di ricerca”. La creazione e la crescita delle relazioni, dei rapporti. Un'idea di città che non sia solo una sommatoria di abitanti, servizi, edifici, strade eccetera, ma un corpo vivo, pulsante di relazioni, capace, magari anche nelle difficoltà, nel mugugno, quando non nella disperazione e nel dolore, di pensare strade nuove, di praticarle, di suggerirle. “La presa di parola su quanto ci accade intorno a partire dallo spazio più vicino per creare momenti e prospettive di libertà e di giustizia”, scrive ancora Lessi.

La Difesa Civica era uno spazio fattivamente possibile per esercitare ascolto, mediazione, relazione e cura: quest'ultimo termine così ricco, così polisemico, così presente nella riflessione politica, oggi, di tante donne e anche di alcuni uomini. Io non ho ancora perduto la speranza che possa esservi felicità pubblica, anche perché la possibilità di questa, almeno per me, è strettamente intrecciata alla possibilità di felicità privata e personale. Certamente, la felicità pubblica si nutre di dati materiali (poter vivere liberamente e dignitosamente), ma anche degli elementi di cui parlavo prima. È un'utopia? Io penso che dobbiamo sottrarci ad una visione dell'utopia come di una dimensione spostata in un altro tempo ma, tornando alla parola antica, ascoltare il suo essere spia, segnale di un altro luogo, già presente. Si tratta di trarne la linfa vitale e gli insegnamenti.

agosto 2013

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