ANNA FRANCHI MAI ARRESA: breve racconto delle parole delle relatrici

 

 ANNA FRANCHI MAI ARRESA:

vita, lavoro, tribunali non l'hanno piegata...

 

 

 

 Questa la sintesi di ciò che ci hanno detto Elisabetta de Troja e Maria Pia Lessi nell'incontro del 12 settembre, promosso dalla ASSOCIAZIONE CENTRODONNA  EVELINA DE MAGISTRIS     e dalla   ASSOCIAZIONE CULTURALE OSSERVATORIO DI MONTEROTONDO,   nella splendida cornice della Cappella di Scafurno.

Buona lettura

                                                                                          

 Elisabetta de Troja

Anna Franchi: pamphlettista, femminista, autrice di libri per ragazzi. Nata a Livorno nel 1867 e qui morta nel 1954, di lei abbiamo,  nella  biblioteca Labronica della sua città,  un fondo di circa 8000 documenti, composto soprattutto da lettere e biglietti.

Anna Franchi era anche critica d'arte, in contatto con i mercanti di ambiente milanese a cui suggerì l'acquisto di opere di  Fattori, di Nomellini, della pittura macchiaiola, tant'é che scrisse una biografia di Fattori. Nacque in un contesto in certa misura  "illuminato": il padre era un ricco commerciante appassionato del Risorgimento.  Anna ebbe a disposizione la biblioteca del padre, dove poté  leggere gli autori francesi del '700 e dell'800, i poeti romantici come Aleardi e Prati. Di temperamento forte, impetuoso, volitivo, era virtuosa di pianoforte, ma non poté andare al Conservatorio a Milano, come desiderava; quindi prendeva lezioni private, e conobbe così Ettore Franchini (l'Ettore Streno di Avanti il divorzio), l'insegnante di musica che diventerà suo marito; direttore di orchestra, violinista, l'uomo diventerà il suo carnefice.

Anna Franchi scrive Avanti il divorzio a 36 anni: si era sposata a 18. Il libro è  nato con la copertina rossa, legato con un nastrino bianco, segni propri dei libri "scandalosi". Scritto molto rapidamente, dal settembre al novembre del 1902, nel libro troviamo sviste, e forse anche un non grande spessore, ma è certamente scritto con l'anima. Il deputato socialista Agostino Berenini ne scrive la prefazione, in cui sostiene che occorre ripensare il concetto di indissolubilità. 

Riguardo al divorzio, il primo ad assumere un atteggiamento favorevole era stato Salvatore Morelli: l'indissolubilità è contraria a qualsiasi etica. Lo stesso Morelli, nel 1868, aveva sostenuto la necessità di eliminare le case di tolleranza.  Nel  1902 sembrava quindi che il divorzio fosse un obiettivo a portata di mano. Ma ecco che esce sull'Avanti! un articolo, quasi  certamente ascrivibile a Leonida Bissolati, in cui si dichiara che il divorzio non rientra nelle richieste del PSI. Non è,  insomma, tra i provvedimenti di legge da attuare subito, poiché  presuppone un mutamento sociale molto lungo e complesso.

Anna Franchi dedica il libro alle donne che soffrono, e di sofferenza se ne parla molto. Ricordiamo il tema dell'iniziazione alla sessualità di vere e proprie spose-bambine (ne scrivono anche autrici come Neera e Sibilla Aleramo). Il libro è certamente autobiografico: solo i nomi vengono un po' cambiati. Anna Franchi fece il viaggio di nozze a Pisa, subendo subito violenza. «La prese brutalmente, la prese spudoratamente ...» Ettore il musicista, Ettore il puttaniere, che passa da  amanti a amanti, il dissipatore del patrimonio della moglie, tanto da ridurla in povertà, Ettore malato di sifilide, che la infetta. Le donne godevano di pochi o punti diritti, passando dall'autorità paterna a quella maritale. Era l'epoca in cui Cesare Lombroso scriveva che la donna non è un essere compiuto. Le donne erano, per autori come questi, necessariamente monogame e frigide. «La donna è un diminutivo dell'uomo»: Gabba scriveva dell'«animalità  ferina della donna».

Ma Anna reagisce e trova un altro amore, Giorgio, con cui avrà una bambina, purtroppo nata morta, oltre ai quattro figli "legittimi".

Desiderio e dolore devono trovare un linguaggio, devono essere formalizzati nel linguaggio. Ecco che Sibilla Aleramo parla de "la catena dell'immolazione materna". Le donne cattoliche, viceversa,  sostengono che le donne  devono sopportare e tenere duro. Scrive Anna Franchi in Il divorzio e la donna: «la principale nemica delle donne è la rassegnazione».  Par di leggere Emily Dickinson: «L'Incertezza - e' più Ostile della Morte».

Lo stesso avvocato difensore nella causa che, dopo tutto quello che le ha fatto subire,  le intenta il marito, a causa della relazione con Giorgio e della figlia che ne nasce, la incita a lasciar perdere: tanto, le cose non potevano cambiare. Anna insiste sulla verità dei fatti ("Le donne si sono sempre bisbigliate la verità").

 La giustizia del tempo avrebbe capito, e magari assolto, se lei avesse ucciso il marito, ma non una scelta di libertà. Occorre ricordare che unica prova del tradimento maschile era considerata la presenza di una concubina in casa!  Il divorzio era visto come elemento di dissoluzione non solo della famiglia, ma anche della società, addirittura della, da poco conquistata, unità d'Italia, vista la complessità dei rapporti tra Stato e Chiesa.  Erano anni (inizi del '900) in cui quest'ultima conduceva  una accanita campagna contro il divorzio.  L'Italia avrebbe dovuto aspettare una legge del 1970  e il referendum del 1974.

 

Maria Pia Lessi

Anna Franchi e’ nata a Livorno e lì ha voluto rimanere, dopo la morte, al Cimitero Comunale dei Lupi ed è una delle 17 donne a cui è intitolata una strada della  città.

Negli ultimi anni, è stata svolta sulla sua figura una ricerca da parte di  studenti e docenti dell’Istituto Tecnico Industriale, con l’intitolazione di un’aula.

Anna Franchi amava la propria città. «Livorno non è mai stata la città chiusa di provincia, forse perché ha ospitato molti stranieri, forse perché ampia, così tutta distesa sulla riva e senza troppi nuclei ristretti di abitazioni legate, sovrapposte. E’ una città moderna, dove si respira, creata nella fede di un grande avvenire ... ancora, per quanto vecchia, mi piace rivedere la mia Livorno… Vado per le vie più belle di prima… Mi dimentico davanti al mio mare …». E, in Avanti il divorzio: «Aveva bisogno di aria, di luce, di sole».

La professoressa Elisabetta De Troja ha scritto di Anna Franchi: ”Vita lavoro e tribunali non l’hanno piegata”, e abbiamo dato questo titolo all'incontro di oggi, preceduto da una frase, "mai arresa", che Daniela Bertelli  ha citato presentando un pregevole libro di Mario Baglini su tre storie di donne livornesi.

 Il testo di cui parliamo era davvero scandaloso nel 1902, quando fu pubblicato, al punto di essere legato con un nastrino bianco sulla copertina rossa.

Questa storia mi ha riportato alla mente la frase ” non credere di avere dei diritti” della filosofa Simone Weil (Quaderni II,pag. 41). Il brano prosegue:«..cioè, non offuscare o deformare la giustizia, ma non credere che si possa legittimamente aspettare che le cose avvengano in maniera conforme alla giustizia».

Da quell' espressione prende il titolo un testo importante nel pensiero femminista italiano, pubblicato nel 1986 dalla Libreria delle Donne di Milano. In quegli anni ( e la scelta appare profetica perché negli anni ‘80 c’era ancora una normativa di garanzia per i diritti assai  più solida di quella attuale, in cui abbiamo avuto un massacro, a partire dai contratti atipici e i licenziamenti …) viene individuato nel processo lo strumento per  mettere in pratica la giustizia.

«Il processo può essere condotto dall’avvocata presentando in modo concreto e fuori da schemi ideologici, i bisogni espressi dalla cliente. L’avvocata si rende mediatrice tra l’istituzione giudiziaria e la donna, rendendo conoscibile la misura del bisogno che questa ultima esprime».

Questa pratica del processo come strumento di giustizia o di ingiustizia emerge con chiarezza lampante nei due processi narrati in Avanti il divorzio , il giudizio di separazione e quello di adulterio.

Penso sia necessaria una brevissima contestualizzazione per meglio comprendere in quale quadro Anna Mirello, la protagonista del libro, affronta le sue vicende giudiziarie. Nel 1902 vigeva il Codice civile del 1865, più arretrato rispetto ad altri Codici pre unitari, maggiormente vicini al Codice Napoleone Francese. Tale Codice sarebbe rimasto vigente fino al Codice civile del 1942, che avrebbe mantenuto  la figura del marito capofamiglia, e che solo la riforma del 1975 avrebbe scalfito, affermando la parità dei coniugi nella famiglia. Per tale codice la separazione era prevista agli artt. 149 e seguenti:

<<149. Il diritto di chiedere la separazione spetta ai coniugi nei soli casi determinati dalla legge.

150. La separazione può essere domandata per causa di adulterio o di volontario abbandono, e per causa di eccessi, sevizie, minacce e ingiurie gravi. Non è ammessa l’’azione di separazione per l’’adulterio del marito, se non quando egli mantenga la concubina in casa o notoriamente in altro luogo, oppure concorrano circostanze tali che il fatto costituisca una ingiuria grave alla moglie.

151. La separazione si può eziandio domandare contro il coniuge che sia stato condannato ad una pena criminale, tranne il caso che la sentenza sia anteriore al matrimonio e l’altro coniuge ne fosse consapevole.

152. La moglie può chiedere la separazione quando il marito, senza alcun giusto motivo, non fissi una residenza, od avendone i mezzi, ricusi di fissarla in modo conveniente alla sua condizione>>.

Questo codice NON prevedeva il divorzio, e cioè lo scioglimento del matrimonio, che sarebbe stato inserito nell’ordinamento italiano solo nel 1970 e sottoposto nel 1974 a un referendum abrogativo, a cui il 60% della popolazione si oppose.

L’adulterio femminile (anche un solo atto di relazione extra coniugale) costituiva motivo di separazione (per la separazione dal marito era invece necessario che lo stesso convivesse con la nuova compagna). Nel diritto penale ( codice Zanardelli e successivo codice Rocco) era reato ” l’unione carnale anche occasionale della moglie con un estraneo alla coppia mentre il marito era penalmente perseguibile solo in caso di concubinato”. Solo con sentenze del 1968 e 1969 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità di questi reati.

Anna Mirello, la protagonista del romanzo di Anna Franchi, che in larga parte ripercorre la vicenda matrimoniale dell’autrice, affronta nel romanzo due processi, entrambi promossi dal marito, violento e adultero, a fronte della relazione  della moglie con Giorgio, a matrimonio ampiamente finito. Nel primo processo nel 1894, a seguito della querela del marito per adulterio, Anna si affida al ”vecchio adiposo avvocato Telemaco Martinelli, adultero, che sopportava l’adulterio per non essere deriso” ed ecco alcune parole dell’incontro tra la donna e il legale:

«Il marito aveva sporto querela al tribunale, per l’adulterio della moglie. Aveva avuto uno scatto di fierezza, Anna. Ebbene? Avrebbe detto la verità…. Avrebbe detto per quali penose vie era giunta a riposo dell’amore. A che scopo?- Le disse, il vecchio adiposo avvocato Telemaco Martinelli, adultero, che sopportava l’adulterio per non essere deriso…. a che scopo? Per essere giudicata, per essere difesa….per dire….Nulla serve. Il fatto esiste. Ma ho sofferto tanto. Che importa? Il fatto è. Ma sono stata offesa, maltrattata, accusata innocente, mi si è contaminato il sangue, mi si è rovinata la gioventù, ho avuto il fango fino alla gola….Che importa? Il fatto esiste.Ma se non l’amavo più; ma se mi faceva ribrezzo; ma se mi sentivo passare nel sangue il delitto. Ma!….Ma se l’avessi ucciso?….Sul fatto…. forse sarebbe stata assolta. O non è peggio? Non e’ più  onesto, più umano, che io mi sia liberata, invece di prostituirmi e due uomini; se come ha fatto lui….Bisognava scoprirlo sotto il tetto coniugale… allora avrebbe avuto ragione di dargli querela. Ma è una viltà. Adesso vi è caduta lei. Ma mi difenda. Invano. Il fatto esiste. Mi liberi. Certo. La separazione di corpo; e con un sorriso indefinibile, sarà  libera…. o quasi. Però l’avverto che il marito ha sempre il diritto di darle querela per adulterio.»

Seguendo questo consiglio, Anna si separa. Sentiamo come: «… lo comprese quando comparve davanti al presidente del tribunale per firmare la sua separazione di corpo. Aveva tremato soltanto all’idea di doversi trovare accanto a lui, tremato non di paura, ma di vergogna… avevano interrogato il marito prima, poi lei. Il Presidente, un uomo dall’aspetto accigliato, per posa, per mestiere, la scrutò come per frugarle l’anima…. o per esaminare il suo viso… una donna colpevole deve essere carina certo…come altrimenti?,… poi la interrogò con fredda cortesia: indi cercò fiaccamente di dissuaderla dal proposito della separazione… e: Così, è veramente decisa? Assolutamente. I suoi figli? Due sono in collegio…uno con mia madre a Lucca. Ed ella abita a Firenze? Chi mantiene i figli? Sono sempre stati mantenuti ed educati da mia madre…. adesso alla spesa del collegio supplisco io. Queste sono le ricevute. Va bene… e questa separazione è fatta per colpa sua? Così si deve dire….E quale sarebbe questa colpa? Anna rimase un momento perplessa…. incerta. Doveva avere anche la vergogna di narrare i fatti?…Non credo di essere obbligata a dire anche la colpa. Non basta la dichiarazione che esiste, una colpa mia? Basta…E quando furono tutti e due insieme, davanti a quel banco di ridicola liberazione: Dunque è deciso? Si, rispose Anna, con fermezza. Si, disse Ettore con una delle sue pose tragiche. E chi si prende cura dei figli? Anna ebbe un sussulto ed una fitta al cuore. Ma non le ho detto che sono in collegio? Ma non ha veduto le ricevute pagate da me? Non basta. Come? Come non basta? Ma se egli non ha mai pensato a questi figli suoi? E’ qui presente, che mi smentisca…Egli tacque. Non basta; occorre la garanzia del padre. Ma se questo padre non può garantire, ma se son io che pago la retta? Non basta…. occorre la garanzia del padre. Ma tutto ciò è  ridicolo….È così…E sia… che posso fare io?

Il Presidente la guardò…. poi lentamente scrisse la condanna sua, dei suoi figli, aprì con poche parole un baratro di dolori  senza fine. La separazione per colpa della madre, dunque la madre indegna di educare i figli, la cura dei figli al padre, un vizioso, uno scioperato, che mai aveva avuto il pensiero di loro, e dall’ava materna il più piccolo…. momentaneamente. Anna doveva essere pallida, mortalmente pallida, perché, quando, rimasta sola, il Presidente le porse la penna perché firmasse, ebbe un moto, quasi come se temesse di vederla cadere. Anna scrisse con una mano ferma: Anna Mirello»

Nel 1896, il marito di nuovo querela la moglie separata per convivenza con Giorgio e la suocera per lenocinio.

Questa volta Anna si affida a un altro legale, Gino Sarri, così rappresentato:

«Sul principio di una brillante carriera, Gino Sarri aveva accettato di difenderla con l’entusiasmo della sua baldanza giovanile; aveva compreso, come nessuno lo aveva compreso mai, quale abisso di vergogne avevano preparato a quella donna lo scanno del tribunale, ed egli le aveva promesso di farla uscire di là con la grande soddisfazione di essere onestamente giudicata. L’aveva veduta sincera, e più di tutto seguendo i preparativi del processo, leggendo le lettere, frugando tra le carte e tra i ricordi, aveva veduto chiaramente l’anima di Ettore Streno. Era un processo di passione, quello, non era un delitto freddamente calcolato, non era una causa aridamente complicata. Era un processo di amore; tutta la psicologia di due anime enormemente diverse. Bisognava ricostruire, bisognava rendere palpitante un racconto di fatti dolorosi. E questo processo di amore, di passione, Gino Sarri lo aveva profondamente sentito. Non l’avvocato soltanto, ma un amico aveva Anna, in quel giovane, per quale già si prevedeva una trionfante carriera. Egli si era accorto forse di tutto quanto passava nell’anima di quella donna, a cui molto ingiustamente si era preparata quella umiliazione terribile… vide lo sguardo ironico e cattivo del marito, sentì che un grande scoramento abbatteva quel coraggio da lui sostenuto. E le parlò sorridendo. Non so se rideranno tra qualche ora…Forse con più ragione, avvocato. Non ho più coraggio. Mi lasci andar via. Ma lei sogna? No, sento tutto inutile. Mi fu detto un’altra volta che invano avrei lottato, dal momento che il fatto esiste. Non ho più forza. Bisogna trovarla, la forza, signora; se va via, sarà condannata. Sarò ugualmente condannata. Non è vero. Si difenda. Mi difenderà lei. Solo? Senza che ella abbia prima parlato? Non posso… non credo nella giustizia, non credo più in nulla. ....................

E poi certe scosse ritemprano l’ingegno. Ella deve rimanere. Tanta forza di volontà l’aveva suggestionata. Rimarrò»

 In questo caso altro e ben altro è il processo perché, grazie al coraggio che il legale le infonde, Anna riesce a parlare.

«.....E disse tutto. La voce le si faceva più chiara, le parole più pronte; senza frasi preparate, senza declamare, narrò la sua vita di spasimi… E non negò la sua colpa, la confessò quasi ingenuamente, poiché le sarebbe stato impossibile negarla, poiché le parve d’un tratto che soltanto la verità poteva darle ragione.»

E la causa è vinta.

«Poi dopo una breve assenza dei giudici, venne la sentenza. Il magistrato, dichiarando irragionevole l’accusa, poiché il fatto era noto al marito da molto tempo, ebbe parole severe di rimprovero per quell’accusatore che aveva con l’esempio dei suoi vizi e delle sue sregolatezze spinto la moglie a lasciarsi affascinare dalla colpa… E quelle parole furono  per lei di gran conforto… ma era stanca e per un momento i grandi occhi cerchiati dallo spasimo si chiusero, credette di svenire.

Nel pubblico, rientrato per la sentenza, si udì un sospiro di soddisfazione, allorché la giovane donna passò accompagnata da Giorgio Minardi e dall’avvocato Gino Sarri. Per molto tempo il caldo accento del suo difensore le rimase nell’anima come un gran bene.

Era la prima persona che la difendeva, così, con tanta convinzione; era la prima persona che aveva gridato forte la sua ragione, ed una grande, viva riconoscenza le rimase, una riconoscenza che non sarebbe mai perita né per lontananza né per vicende.»

Stesse leggi, inique, ma diverso esito e, soprattutto, diverso senso di giustizia per la protagonista del romanzo, per l’autrice, per noi. Condivido in pieno le parole di Elisabetta De Troja nella bella introduzione al romanzo: «Lei, come altre, come Sibilla Aleramo, come Ada Negri, e parlo di coloro che hanno fatto dell’autobiografia un’arma, ha scoperto che se i desideri o i dolori non trovano un linguaggio, se non vengono formalizzati con le parole, niente cambia. Si rimane fermi nell’insoddisfazione mentre è  necessario ” camminare nei desideri”: il desiderio spesso non si è evoluto perché le tappe della vita non sono state soddisfatte. Se il desiderio non ha prodotto ribellione fattiva, rottura delle regole, affermazione di sé allora si è fuori dalla storia, si è chiuse in un cerchio definito da altri. Bisogna conoscere il potere della parola, la sua capacità di fissare e di radicalizzare le emozioni, perché ribellandoci si può entrare più facilmente nella libertà della scrittura. Camminare nei desideri è possibile solo per chi recupera la propria soggettività»

In un momento come questo, quando la legislazione offre meno diritti rispetto ad altri periodi (penso soprattutto al diritto del lavoro) il pensiero e la pratica delle donne genera giustizia quanto mette la cura al centro delle relazioni e così produce qualità nei rapporti.

Nell’ambito professionale, anche di fronte a violazioni di diritti e lesioni di beni fondamentali, secondo me è cura scegliere di far leva sulle risorse dei soggetti coinvolti, mai relegati nei ruoli di vittima e nelle relazioni interpersonali sottrarsi alla misura del potere e del denaro fine a se stesso, per riconoscere la priorità del benessere comune.

Mi piace pensare e accorgermi con sguardo aperto e senza pregiudizi che, anche in periodi difficili e pesanti come quello che attraversiamo, siamo in tante a coltivare questo desiderio, questo pensiero e questa pratica, a farla vivere e dare frutti, in tante e diverse forme, luoghi e modi.

 Ma un altro spunto importante riprendo da Elisabetta De Troja

«L’obiettività, la neutralità del Codice, di cui il Codice si compiace, viene contestata: questo romanzo, di grande impatto psicologico, illumina una legge, ce la fa capire e penetrare ma anche rifiutare così come è stata concepita perché la letteratura, ma anche la legge, non vivono in un asettico isolamento ma in una molteplicità di incontri e di esperienze. Anna Mirello diventa una piccola Antigone che lotta contro un potere tanto più grande di lei perché i doveri del sentimento e della sincerità sono più forti di quelli imposti dall’autorità giuridica e se la grande disobbedienza dell’eroina greca conduce alla morte perché è così che vuole il tiranno, il no di questa donnina coperta di debiti e di ingiurie ha una sua tragica potenza, la luminosa capacità di sollevarla lontano dall’afrore polveroso di un’aula di tribunale. L’ Antigone di Sofocle soffre l’angoscioso dilemma tra la legge dello Stato e quella degli Dei. È quest’ ultima che dà alla fanciulla di Tebe la forza di sfidare il re. E’ con la scelta di Antigone che si rompe la ” bella vita etica” della fenomenologia di Hegel.

Antigone ed Anna: due donne che si ribellano alla legge dello Stato. Ma, a differenza dell’eroina greca, Anna non ha il sostegno della religione e dei suoi apparati.  È  laicamente sola a lottare contro gli dei e contro il re; a lei è affidato il titanico tentativo di conciliare legge e morale nella superiore sintesi della libertà della donna».

E anch’io chiudo con l’Antigone che Maria Zambrano rivisita dalla tragedia di Sofocle, con le parole di Wanda Tommasi: «Secondo Zambrano, Antigone non si sarebbe suicidata nella tomba, ma avrebbe avuto a disposizione proprio lì – nella caverna, nell’utero materno -, un altro tempo, necessario per dipanare i nodi aggrovigliati della sua stirpe e per estrarre un senso dalle terribili vicende che aveva vissuto. Quando Antigone è rinchiusa nella tomba, tutto è già accaduto. Antigone, figlia di Edipo e di Giocasta, di un matrimonio incestuoso fra madre e figlio, ha visto i suoi due fratelli, Eteocle e Polinice, morire l’uno per mano dell’altro in una guerra fratricida. Eteocle, assolutista, era schierato dalla parte del tiranno Creonte, mentre Polinice, utopista e rivoluzionario, aveva combattuto contro Creonte. Per questo il tiranno Creonte aveva decretato che a quest’ultimo fossero negati gli onori della sepoltura. Antigone, trasgredendo il divieto di Creonte, aveva seppellito il cadavere di Polinice e ne aveva lavato pietosamente il sangue raggrumato. Per questo, Creonte l’aveva condannata a essere rinchiusa in una caverna al di fuori della città di Tebe: qui, secondo Sofocle ma non secondo Zambrano, Antigone si sarebbe suicidata. La trasgressione dell’editto di Creonte e la condanna di quest’ultimo del gesto di Antigone avevano comportato anche il fallimento delle nozze dell’eroina greca con Emone, figlio di Creonte, a cui Antigone era stata promessa in sposa.»

Queste sono le vicende a partire dalle quali si dipana La tomba di Antigone di Maria Zambrano.

 In Zambrano, Antigone è l’emblema di una sapienza femminile che, maturata nella sofferenza per l’eredità di vincoli familiari pesantissimi e insolubili, tuttavia ha la capacità nella tomba di dipanare i fili aggrovigliati della propria nascita fino a portarli alla luce della coscienza e a trasmetterne il senso a coloro che le stanno intorno, in primo luogo i suoi familiari.  È chiaramente leggibile anche, nella presa di distanza di Antigone-Zambrano dalla lotta fratricida e dal conflitto maschile per il potere, il segno della propria differenza femminile, ispirata da un’altra logica, guidata dall’amore e dalla pietà. Anche se Antigone promette, alla fine del colloquio con Polinice, che andrà a raggiungerlo «in quella città che tu dici, fratello», tuttavia non si tratta della stessa città. Quella di Polinice è la città dell’utopia rivoluzionaria, quella di Antigone-Zambrano è una «patria eterna che, in quanto è più perfetta di qualunque utopia, trascende la storia”. Si tratta di una terra promessa oltre la storia, la quale però al tempo stesso non nega la vita di questo mondo, ma promette anzi che ogni momento di questa esistenza terrena sia salvato e redento, riscattato nella luce.»

Con responsabilità, cura, concretezza e gestione creativa del conflitto possiamo sentirci contente di essere artefici di giustizia, nella genealogia di Anna Franchi e delle donne che ci hanno preceduto e con apertura di strade a quante ci seguiranno.

Nel nostro fare quotidiano ritroviamo una polarità feconda: quella tra il "non credere di avere dei diritti" di Simone Weil e il "diritto di avere diritti" di Hannah Arendt.

 In mezzo stiamo noi, qui, in questo momento; nella relazione c'è un "di più" che nessuno ci può togliere.

 

 

 

 

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