Dei legami e dei conflitti. Cosa succede se l’Europa si prende cura?

Sabato 10 maggio a Roma, alla Città dell’Altra economia, largo Frisullo, Testaccio -Roma,

il gruppo delle femministe del mercoledì  (Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Letizia Paolozzi, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini, Rosetta Stella, Stefania Vulterini)  ha invitato a discutere in dialogo con Andrea Bagni, Alisa Dal Re, Ida Dominijanni,il documento dal titolo

 Dei legami e dei conflitti. Cosa succede se l’Europa si prende cura? (lo potete leggere cliccando sul titolo)

Riportiamo le note scritte da Paola Meneganti e Letizia Del Bubba, due "Eveline" che hanno partecipato all'incontro

 

Letizia: appunti

sintesi intervento Letizia Del Bubba

Paola: appunti

Arrivate un po’ trafelate, dopo un ingorgo orribile sulle strade di Roma, la prima che ascoltiamo è Ida Dominijanni: “il testo in discussione – dice – è bello, ambizioso, ben scritto, ma ha un difetto: prende su di sé tutto il bene, aliena da sé il negativo. È come se il paradigma della cura fosse così interiorizzato da allontanare il negativo. Il fatto è che il mio prendermi cura non è, in verità, sgombro di rancore né di desiderio di distruggere, né, anche, di violenza.  So bene che oggi viviamo un momento in cui è difficile dire il negativo: anche per me, anche nelle relazioni più strette che ho”. Andrea Bagni, ha proseguito Ida D., in un suo recente articolo su Tsipras, ha nominato il negativo: il fatto è che, quando si vede l’incuria, non si ha bisogno solo di esprimere cura. Per esempio, il livello di incuria del linguaggio è tale – ed è incuria dell’esistenza – che dovrebbe essere sanzionato. La violenza del capitalismo è tale che ci sarebbe bisogno di lotta di classe! Non a caso, il libro di Letizia (Paolozzi) sulla cura è contemporaneo a quello di Luisa Muraro, “Dio è violent*”: si tratta di un doppio fronte. “Io ho agito e ho patito, negli ultimi anni, di un deficit di cura, e questo ha a che fare anche con la privatizzazione delle nostre vite. Il rischio delle cura è proprio la ri-privatizzazione delle proprie vite. Magari con il sostegno delle altre, ma è un sostegno alla privatizzazione. E allora mi chiedo che cosa sia, dove stia la cura verso la nostra comunità politica, cioè il femminismo della differenza. Sappiamo come sia sotto attacco: da parte della normalizzazione paritaria, ma anche delle pratiche dell’individualismo, del ‘liberalismo assoluto’. Noi ci stiamo prendendo troppa poca cura di tutto questo: dobbiamo sapere che il negativo lavora comunque. “Ci stanno facendo fuori”.

Per Gabriella Bonacchi, esiste un elemento patriarcale con cui configgere quando parliamo di cura, ma anche l’elemento, il fantasma  del negativo materno. Passa poi al tema dell’Europa: nei momenti migliori, si è presentata in alternativa alle pratiche mercantilistiche  del mondo anglosassone (fin dalla tradizione bismarckiana). La crisi dello stato nazione ha messo in discussione il modello del welfare: ma bisogna riflettere su quanto noi donne abbiamo contribuito a questa crisi, per esempio con il rifiuto del ruolo di accadimento.

Bia Sarasini riprende l’intervento di Ida D.: nella parola ‘conflitto’, presente nel titolo del documento e di questa giornata, c’è la traccia del negativo. “Pensare la cura come pratica di conflitto è ciò che vogliamo proporre. Certo, è un obiettivo ambizioso, ma lo è anche il processo attraverso cui  siamo giunte qui: penso al documento Il coraggio di finire. In ciò che la tradizione ci consegna come cura c’è un elemento per aprire conflitti. Nel libro “Uomini e comandanti”, il mio amico Giulio Questi parla della guerra, dell’ultima guerra, vista in un modo né eroico né eroicizzato. Parla del carico della negatività dell’esperienza della guerra e della lotta armata, che ci si porta addosso per tutta la vita, nonostante fosse un momento di grande cura della vita pubblica[1]”. Quindi, bisogna intendere la cura non come strumento di sottomissione o di potere limitato anche se feroce, ma come pratica che porta con sé elementi sovversivi. La cura delle relazioni, o certe pratiche comunitarie del prendere decisioni, sono strumenti di cura.

Letizia Del Bubba fa riferimento all’esperienza dell’Associazione Evelina De Magistris:Noi riflettiamo da tempo su questo tema della cura, anche con incontri pubblici, e poi a Paestum 1 e 2;  il 21 maggio verrà Letizia Paolozzi a Livorno a presentare il suo libro. Il paradigma della cura in politica non significa amorevolezza ma, appunto, anche conflitto. Per Es. rispetto alle scelte di un’amministrazione sullo sfruttamento del territorio ecc. In questo momento di attacco così forte, può essere utile quello che altre giovani donne scrivono a proposito del lavoro e non lavoro. Mi riferisco al libro “Come un paesaggio”, che abbiamo presentato, in cui sono presenti vari saggi, tra cui anche di due Eveline. In particolare, quello di Eleonora Forenza spiega come il reddito di esistenza o di autodeterminazione e la politica dei beni comuni (in un ente si può fare quello che sta facendo il sindaco di Napoli istituendo l’osservatorio dei beni comuni, la riflessione sul significato costituzionale di rispetto della proprietà privata ecc.) siano due elementi di completa rottura con la politica imperante.

Letizia Paolozzi interviene dicendo che ci sono gruppi di donne, e anche di uomini, che, lavorando insieme sul simbolico, lavorando politicamente, si sentono più liberi. “Penso poi alle perle della cura - l’espressione è di Rosetta Stella - : pratiche che riguardano i giovani, agite da giovani. Come possiamo destrutturate un ordine simbolico, posto che ad andare in montagna non ce la facciamo? In questo mutamento portiamo la differenza: ricordiamoci che la società, prima, non ci consentiva di esprimerla. Tutto quello che si esprime nella differenza vuol dire smontare e ricomporre”.

Andrea Bagni: “ho letto il documento con molta gioia. La domanda, il bisogno: da dove possiamo ripartire per uscire da questo disastro? Io ho un bisogno programmatico di ottimismo. A scuola, dove insegno, vivo un momento di scissione: ascolto la mattina i radiogiornali e mi sento depresso, poi, dopo il rapporto in classe con i ragazzi, esco e mi sento felice. Perché lì accadono cose politiche: cura della relazione, costruzione di relazioni. La scuola è una metafora potente della nostra situazione: in classe, ci sono dei momenti forti, vivi, poi esci, e trovi un orizzonte di desertificazione”. I ragazzi sorprendono: fanno l’occupazione, e dicono che non è politica. Però, poi, individuano nel bisogno di avere aria, di non soffocare, il loro desiderio di politica.  E con i colleghi, “delle cose vive si parla al bar, ma non nel collegio docenti”. Cose vive: “vedete, il ’68 continua ad affascinare i ragazzi, un momento mitico di protagonismo giovanile. E affascinano ancora i partigiani e le partigiane. Si sceglie, spesso, di studiare ciò che piace, non ciò che è utile”. E questo pone un elemento di riflessione possibile: alla crisi del valore di scambio del titolo di studio si oppone il valore d’uso del sapere. Fuori, nel disastro, è possibile un dimensione del piacere. Oggi, con il renzismo, è più difficile, ma, negli ultimi dieci anni, ci sono stati momenti di dimensione esistenziale (Vita Casentino) dell’agire politico, come il Social Forum del 2002 a Firenze). E la sinistra non ha mai capito questa roba, catturata dalla dimensione tecnicizzante, dal mito del modellismo, della programmazione.”Non so se ce la possiamo fare, ma occorre ripartire da un desiderio reale, da un sentimento. La militanza come l’abbiamo conosciuta non funziona più: il modello per cui occorre fare i sacrifici ora, per la vittoria, poi. Occorre già nel fare politica, nel desiderio di liberazione, che è anche maschile, cercare momenti di felicità, pratiche di relazione d i trasformazione”. I giovani maschi non parlano: non riescono a mettere in parola il loro desiderio di liberazione. Spesso si sentono schiacciati dallo stereotipo: non bisogna sostituire i modelli, ,ma inventarsi. Accettare la dipendenza, la fragilità: orfani di dio, senza un padre, un ordine a cui fare riferimento. Siamo stretti tra tecnicizzazione e familismo: le mamme che possono fare un po’ di spesa in più con i famosi 80 euro; il Ponte Vecchio affittato alla Ferrari, perché i soldi sarebbero serviti a finanziare le vacanze dei bambini disabili: una strategia per distruggere la dimensione collettiva”.  È importante “il resto della cura”: ne “La Resistenza taciuta” di A.M.Bruzzone e  Rachele Farina possiamo leggere la testimonianza di Teresa Ciriò. Racconta che, durante un bombardamento, “mi butto nel prato, vedo le viole e ne faccio un mazzetto … Eravamo felici, perché sapevamo di fare cose molto importanti”. In parole come queste “c’è una felicità rivoluzionaria, per contrastare la depressione, che è strumento potentissimo del neoliberismo”.

Per Bianca Pomeranzi, “la nostra pratica politica ci dà una grande capacità di resistenza. Occorre avere il coraggio di un pensiero positivo”. La cura significa sia creare legami che aprire conflitti. Serve un altro salto di pratica, praticabile e che crei relazione con soggetti altri, sulla base di un fattore positivo. Fare spazio all’alterità, rifiutare la reductio ad unum.

Ida Dominijanni interviene ancora: “Ho cercato di mettere a fuoco come funzioni il neoliberalismo, dispositivo politico, non economicocce agisce una promozione enfatizzante di performances individuali e collettive, che sostituisce il governo. È il governo dell’autogoverno. Io appoggio la cura come grimaldello per sovvertire, ma il rischio è che la cura possa essere usata, nell’euforizzazione del negativo, per gli scopi del neoliberalismo”. Non dimentichiamo che Foucault parla della cura come aspetto del potere pastorale, che implica comunque relazioni di potere.[2]

Alisa Del Re inizia posizionando il suo discorso anche sulla cura vista dalla parte di chi è curato, cioè dei bisogni delle persone: “invece che cura, userei il termine riproduzione degli individui”. Ripensare noi stess* come dipendenti, sfuggire al modello di individuo autonomo: cita Judith Butler, la relazionalità, l’interdipendenza. “Abbiamo interiorizzato che lavoriamo troppo poco, che ci curiamo troppo; che andiamo troppo presto in pensione: ribaltiamo questo ordine!”. Affronta l’argomento della femminilizzazione del lavoro: il capitale ha sempre estratto gratuitamente pluslavoro dagli operai. Tutte le forme di accelerazione della produzione hanno sì provocato la diminuzione dell’orario di lavoro, ma nuove forme organizzative di oppressione. La questione del lavoro domestico non riconosciuto è vera, ma oggi si estende a macchia d’olio un lavoro non contrattualizzato e non retribuito (“penso all’Università: giovani uomini e donne che  lavorano senza corrispettivo  per mesi a progetti, che magari non vengono accettati”). Allora, il “resto” della cura (l’affetto, la dedizione, la relazione) sono forme di autocontrollo della produzione: la cura che viene sottratta, non contrattualizzata, non pagata. Il conflitto come possibilità di ottenere un cambiamento: se noi pensiamo alle forme del conflitto operaio, oggi è impossibile ritrovarle. “Che fare, allora? Intanto, gettare dei semi. Ma è una prospettiva millenarista: io sono vecchia! Come creare un orizzonte credibile di cambiamento?”. Non c’è possibilità se si agisce solo all’interno degli Stati nazionali: dobbiamo essere in Europa: le relazioni di prossimità devono essere più ampie. Dobbiamo rintracciare sperimentazioni soggettive in territorio europeo. Ci sono giovani donne che hanno utilizzato l’Europa e il diritto più favorevole vigente in alcuni Stati europei, su alcuni temi.  “Sono d’accordo sul reddito di cittadinanza incondizionato, se ci aggiungiamo però l’elemento della socializzazione; uscire dalla ‘frusta della fame’, come dice Max Weber [3], ma costruire una buona vita”. Riappropriarsi di reddito diretto e indiretto non è la mera riproposizione del welfare statale, ma è una segnalazione di esistenza.

Per Stefano Ciccone, il termine cura implica relazione, vulnerabilità e parzialità. “Quanto siamo disponibili alla cura?  Significa mettere in gioco la propria vulnerabilità. Esiste un nesso cura-potere, in cui mi misuro con il desiderio ed il bisogno mio e altrui; con il potere dell’indispensabilità; con la questione della disponibilità femminile alla cura; con il rancore maschile nei confronti della capacità di cura delle donne, della capacità di sedurre delle donne. Massimo Recalcati ha individuato un nesso tra cura e potere. E la cura mi parla di un altro fantasma maschile: quello dell’autosufficienza. Pensiamo alla vera e propria colpevolizzazione che avviene nei confronti di chi ‘non sa prendersi cura di se stesso’ (di chi fuma, di chi è obeso …)”. Ciò che Ciccone trova assente nel documento è la dimensione del corpo, la dimensione della sessualità. C’è una forte ambiguità della dimensione della cura nella sessualità: la questione dell’abbandono, il bisogno di ascolto che è in rapporto anche al controllo. La cura dell’altro diventa anche performance, anche prestazione. “Posso accedere alla cura senza una nuova dimensione del mio corpo? Se non muto la percezione del corpo maschile, come posso stare in una relazione tra uomini? L’incuria ha a che fare con l’esperienza del corpo che abbiamo?”. Certamente l’incuria maschile ha a che fare con la dimensione del tempo: stare sempre da un’altra parte, essere con la testa da un’altra parte … un tempo proiettivo, in cui c’è sempre un’altra urgenza. “Devo riflettere su cosa mi dà la cura quando sto in una relazione, quando è proiettiva. Il conflitto mi attraversa e mi riguarda (e, a questo proposito, penso che nel libro di Muraro ci sia confusione tra violenza e conflitto): non è solo rivolto all’esterno”.

Alberto Leiss esprime la propria riconoscenza nei confronti delle donne del Gruppo del mercoledì, a partire dal documento su “Il coraggio di finire”. Il testo sulla cura è da mettere in relazione a quanto avviene da noi, in Europa. È importante non rimuovere il negativo che è in noi, riconoscere il conflitto che è in noi: c’è difficoltà ad interagire in un confronto pubblico. “Sono d’accordo con Stefano Ciccone: noi uomini abbiamo il problema di ridefinire che cosa sia per noi il corpo”. C’è una grande varietà nel termine cura: compreso il senso di inquietudine, compreso il termine funzione, che parla anche per gli uomini (ricorda l’invenzione del quotidiano dal basso di Michel De Cer­teau). “Il libro di Muraro parla di un tema fondamentale: la relazione tra politica e violenza. L’esperienza stessa della cura spesso è esperienza di conflitto. Come esercitare un nuovo conflitto politico che sposti le cose?” Pensando al portare tutto al mercato di Lia Cigarini, Leiss dice: proviamo a portare nel mercato i sentimenti positivi che possono modificarlo, aprendo certamente conflitto. “Bisogna guardare  ai movimenti anche piccoli, anche micro, che mettono in discussione il modello neoliberista.  Nel quotidiano, esiste una capacità di reazione. La difficoltà per noi uomini è pensare una pratica politica  basata sulla relazione tra persone, e non su soggetti politici collettivi, anche sperimentando nuove relazioni politicamente significative tra uomini e donne”. Insomma, si tratta di cercare una nuova verità della politica, una  sorta di azione parallela alle forme della politica tradizionale. “Non possiamo, credo, essere indifferenti a quella crisi”.  Idee, proposte? Un servizio civile europeo come servizio di cura, obbligatorio per i ragazzi, facoltativo per  le ragazze; ribellarsi a questa informazione con lo sciopero del canone RAI; rendere obbligatorio a scuola l’insegnamento della musica; imparare la retorica.

Per Maria Luisa Boccia, “sono state dette  molte cose che ci fanno fare passi in avanti”.  Parte da un punto: come si fa a sganciare la cura da una relazione di accudimento? Ida Dominijanni parlava, a ragione di “preoccupazione”. Hannah Arendt  poneva l’importanza di condividere la preoccupazione per il mondo [4], dagli umani alla natura agli artefatti. Questa preoccupazione è cura: dell’altro, dell’oltre. “Ha ragione Alisa Del Re: la cura va declinata a partire dai bisogni umani, del corpo ma anche dell’anima, come dice Simone Weil. Questo fra spostare e affermare la fecondità politica della cura”. L’accudimento dei corpi è essenziale, ma va ripensato. “Io vedo più chiavi del conflitto. Nella contraddizione tra capitale odierno e lavoro, il costo che questo  capitalismo chiede alle vite, nella sua fase neoliberista, sarebbe molto più alto se non ci fossero donne e anche uomini che si prendono cura del mondo. Certo, questo prendersi cura può essere funzionale al capitalismo, può evitare la rottura. Proprio per questo, deve essere agito un paradigma politico che sottragga la cura alla privatizzazione, al governo dell’autogoverno, per aprire conflitto. Ma come si fa conflitto, e un conflitto di questa ampiezza? Le forme storiche del conflitto politico non sono applicabili, perché  la dimensione dell’individualismo è forte. Il femminismo ha agito il conflitto diffusamente, a partire dalle case: a volte non abbiamo la percezione di come abbiamo cambiato il mondo e le relazioni. Credo che questa sia la questione da tenere aperta: rilanciare una conflittualità diffusa.  Fare gruppi come primo atto dell’insorgenza politica: questo ci manca, l’orizzonte si è desertificato. Ma non è tanto questo il problema, quanto il fatto che noi subiamo la mistificazione della rappresentanza odierna del femminismo (l’individualismo, la parità ecc.)”. Una  strada è cercare relazioni di prossimità in Europa, fare la ricognizione delle esperienze che producono cose vive , come ha detto Andrea Bagni. Ho trovato illuminante il discorso di Andrea sulla contraddizione tra il valore di scambio del titolo di studio e il valore d’uso del sapere. Una contraddizione feconda, più, a mio parere, della questione del reddito di cittadinanza”. Occorre continuare ad operare con quel che abbiamo imparato a fare: io oggi ho difficoltà alla pratica delle cura nella vita. Oggi, per me, si è reso più urgente il tema dell’accudimento: di me e dell’altro, il mio compagno più anziano. Io questo lo vivo in una dimensione privata e individualizzata. Vivo la grande fatica di stare tra questo e la cura del mondo, delle nostre relazioni politiche, della nostra pratica politica, del femminismo (Ida mi ha detto: le nostre vite si sono privatizzate, i nostri privati sono separati). Io ho cambiato rapporto con la politica perché non posso più essere divisa tra il dover essere e il poter essere. Questo mi divide, mi dà altre priorità. C’è un attacco non contingente al femminismo, per quel che abbiamo fatto e anche per quel che non abbiamo fatto, perché non siamo state così agguerrite. Questa è una questione politica, che nei momenti pubblici non abbiamo posto abbastanza . timore del conflitto? Senza conflitto, la politica non c’è: conflitto e legame sono due funzioni della politica. La questione del conflitto tra noi è vecchia quanto il femminismo, ma va affrontata. Nel femminismo mi sono sentita autorizzata a dire ‘procedi per latua strada, per il tuo desiderio, perché questo può essere un vantaggio per tutte noi’. In questo ci può essere un germe di individualismo: ma va affrontato”.

Per Gaia Leiss, il negativo non va inteso come le cose negative del mondo: il negativo, per Hegel, è anche ciò che separa individuo e comunità. Nel lavoro di cura entra il tema delle relazioni familiari: c’è una corrispondenza tra la cura delle relazioni familiari e la cura del mondo. Pone il tema del rapporto tra conflitto e violenza. “L’unica rivoluzione che sento è quella nel cuore, ma sento il problema del potenziamento di un agire insieme agli altri, e di costruire un potenziamento non identitario”. La pratica del tai-chi pone il tema della forza, della violenza, dell’uso del corpo. “Tenere insieme l’individuo e l’essere insieme, senza fare una media (Weil)”.

Monica Luongo parla della dimensione privata della cura, e dice “il femminismo si è sviluppato anche distruggendo legami familiari”. Pone la necessità di aprire una relazione con le donne migranti.

Raffaella Lamberti racconta l’esperienza del social street a Bologna, Residenti in via Fondazza: “hanno pazienza reciproca”, stanno burocratizzando pezzi di territorio. “Stiamo cambiando la nostra vita”.

Laura Fortini riconosce l’importanza di avere posto questioni di simbolico e questioni di nominazione. “Le posi a Paestum, due anni fa, in un gruppo di discussione sulla rappresentanza. Posi la domanda sul mio bisogno di rivoluzione. C’era una condizione di miseria  e di povertà; la povertà è dignitosa, la miseria no: è una tagliola in cui c’è la difficoltà di nominazione di questa condizione, con moltissima rabbia. Ho avuto voglia di tirare sassi. Una rabbia che non trovava parole, ma neppure modi”. Una privatizzazione delle esistenze. “Dobbiamo sfatare un discorso falso, che non ci sia lavoro. Lavoro ce n’è moltissimo, ma non lo si vuole pagare. Noi docenti, ad esempio, ci prendiamo cura dell’insegnamento, ma non lo nominiamo: è un’opacità. Si tratta di un lavoro immateriale che non ha valore evidente: non è nominato. Prendendoci cura, rischiamo di non far emergere la miseria e la crisi. C’è una ambivalenza: il rischio di pratiche politiche di cura che non modificano l’ordine simbolico. Il mio prendermi cura all’Università non è percepito come gesto di pratica politica femminista”. Per la questione Europa, propone una parola Europa anche nella declinazione mediterranea.

Interviene Ida Dominijanni: “Alberto Leiss ha detto Portare tutto al mercato: me lo ha insegnato il femminismo. Quando Lia Cigarini lo disse, aveva alle spalle una elaborazione della differenza sessuale, e si riferiva al di più di godimento femminile che non sta nel regime del fallo: se invece questo portare tutto al mercato sta in una economia fallica, non ci sto più. Io sono per sottrarre spazi al mercato. Non si porta tutto al mercato. il manifesto è finito perché ha portato tutta la sua eccedenza politica alla contabilità del mercato. Il neoliberalismo è una governance che, apparentemente, ci dà la possibilità di fare tutto: una situazione che ci governa non contro ma attraverso quel che vogliamo fare. Io ho posto la questione di un punto di tangenza tra cura ed esigenze dell’oggi. Questo sta nel conflitto”.

Andrea Bagni  torna sul concetto di resto della cura: qualcosa che sta fuori dalla dimensione economicistica. “Fare conflitto con l’amore per il lavoro è uno strumento con rischi di ambiguità, ma è una forma che può essere bella, gratificante, che fa costruire relazioni”. Per me dico: non io mi curo, ma ci curiamo. Nella cura, ci scopriamo anche nella dimensione dei corpi: è un resto che non è supplenza. A scuola, è vitale resistere alla buropedagogia: a volte si schiva, ma così non si apre conflitto. Il tema è come possa nascere un soggetto politico nella frantumaglia (amo questo termine di Elena Ferrante). La violenza del neoliberalismo, la cancellazione dei corpi intermedi: c’è il rappresentante e c’è la frantumaglia”. Questo soggetto da costruire deve essere all’altezza della crisi, quindi avere a che fare con la singolarità. Nella politica si entra interi, anche con il bisogno di rottura, di separazione, di mettersi al riparo dalla dimensione pubblica. “Studiare non come ‘acquisire capitale cognitivo’, ma fare cose belle. Vivere cose felici”.

E Alisa Del Re interviene nuovamente parlando di un progetto di cambiamento. Il mercato si è appropriato del lavoro di cura, ma c’è un resto non contrattualizzabile, ciò che non è pagato. A livello territoriale, creare esperienze “altre” (come quella di Bologna), che danno vita ad una specie di costituzionalizzazione cittadina, cambia la vita di chi le fa. Sono progetti di civiltà, di comunità diversa.


[1] <<La mia memoria mi inquieta perché non è né dolce né arrendevole. Mi stordisce come un pugno violento. E non posso farci niente>>

[2] Con il concetto di “potere pastorale”, Michel Foucault alludeva al rapporto che, in particolare nella cultura orientale, definisce la relazione tra la famiglia e la gestione economica della vita. E’ il “potere pastorale” ad accomunare la governamentalità liberale alla Ragion di Stato, cioè l’aspirazione a dirigere la coscienza e l’anima dei singoli così come “il pastore veglia sulle sue pecore”. L’obiettivo è quello di gestire in maniera oculata le risorse degli uomini. Con la nascita dell’economia moderna, l’oikonomia familiare perde il suo ruolo di modello per divenire l’articolazione di un meccanismo più ampio. La famiglia è solo uno degli ambiti dell’economia politica il cui scopo è quello di “migliorare la sorte delle popolazioni, la loro salute, di incrementare le loro ricchezze e la loro aspettativa di vita”. Con l’avvento dell’epoca “biopolitica”, e cioè della “presa del potere sull’uomo come essere vivente, di una statalizzazione dell’esistenza biologica o almeno di una tendenza che condurrà verso quella che potrebbe essere chiamata una statalizzazione del biologico”, il potere pastorale esce dall’ambito familiare e si concentra sul corpo dell’intera popolazione. La governamentalità impone l’iscrizione del controllo del corpo nelle tecniche generali di gestione della popolazione. Il risultato, secondo Foucault, è un cambiamento epistemico che coinvolge innanzitutto lo scopo della razionalità governamentale: “per millenni l’uomo è rimasto lo stesso di quello che era per Aristotele, un animale vivente ed inoltre capace di esistenza politica; l’uomo moderno è un animale nella cui politica è in questione la sua vita di essere vivente” (Roberto Ciccarelli, Governance e Governamentalità: stesso problema, risposte differenti).

[3] “Contraddice l’essenza del capitalismo - e il suo sviluppo risulta perciò impossibile - la mancanza di uno strato privo di proprietà e quindi costretto a vendere le proprie prestazioni di lavoro, cosi come la contraddice il fatto che esista soltanto il lavoro non libero. Un calcolo razionale del capitale è possibile soltanto sul terreno di un lavoro libero, cioè quando, in seguito alla presenza di lavoratori che si offrono formalmente in modo volontario, ma di fatto sotto la frusta della fame, i costi dei prodotti possono essere calcolati preliminarmente in modo preciso sulla base di contratti di lavoro” (M. Weber, Storia economica, Edizioni di Comunità, Torino 2003, pp. 222-223)

[4] “[…] al centro della politica vi è infatti sempre la preoccupazione per il mondo”, Arendt 1993, Che cos’è la politica?, Edizioni di Comunità, pag. 148

 

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