La memoria parlante. Recensione a JUDENRAMPE, di Anna Segre

Il 2anna segre presentazione7 gennaio scorso abbiamo incontrato Anna Segre ed il suo Judenrampe.

Ed ecco ciò che Paola Meneganti ha scritto su questo importante libro. La recensione è pubblicata sulla rivista Leggendaria n. 116

La memoria parlante. Recensione a Judenrampe, di Anna Segre

 “Auschwitz è un veleno a rilascio prolungato e l’umanità continua a esserne condizionata. Uno dei messaggi è che la conoscenza non toglie la sofferenza, ma è il punto di partenza. Rimuovere non risolve, aumentare la consapevolezza permette almeno l’elaborazione”[1]. Sono parole di Anna Segre, psicoterapeuta e scrittrice, autrice, insieme a Gloria Pavoncello, di un importante testo: “Judenrampe. Gli ultimi testimoni”, edito da Elliot. La Judenrampe – rampa degli ebrei – era una banchina ferroviaria, posta a circa ottocento metri dall’ingresso del campo di Auschwitz. Fu l’ultima fermata per circa ottocentomila deportati da tutta Europa.

Per noi, figlie e figli “simbolici” di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, è ben chiara l’importanza fondamentale della testimonianza. Abbiamo visto intere scolaresche avvinte e silenziose, in un silenzio quasi sacro, di fronte alla presenza corporea, parlante, delle e dei testimoni sopravvissuti. La memoria scritta è fondamentale, la memoria parlante è  la vita stessa che si mostra: ciò che è indicibile nelle parole lo è nei volti, nelle espressioni, nelle mani che non sanno dove stare. Abbiamo visto “Shoah”, di Claude Lanzmann. Ogni testimonianza è una perla preziosa, nonostante l’orrore che narra. Il tempo che scorre ce li sta, purtroppo, sottraendo: come il pescatore di perle di cui parla Hannah Arendt, Anna Segre e Gloria Pavoncello hanno cercato le testimoni, i testimoni della Shoah viventi nel nostro Paese, e li hanno ascoltati. Ma c’è di più.  Racconta Anna Segre: “Nel 2005 Adriano Mordenti, fotografo free lance impegnato politicamente,mi ha chiamato per propormi di scrivere un ritratto lirico accanto alle foto dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti per una mostra fotografica. Io non sapevo se accettare, dato che l’argomento è per me […] molto delicato e importante e non mi sentivo all’altezza […] è necessario precisare che per ritratto lirico io intendevo un distillato dell’esperienza, che poteva essere significativo per delineare l’individualità di quella persona e il segno lasciato dai fatti accaduti: il danno irreparabile della discriminazione, della persecuzione e dello sterminio”. Anna Segre e Gloria Pavoncello guardarono insieme la valigia di foto che aveva consegnato loro Mordenti: Gloria ci trovò parenti e amici di famiglia. Niente accade mai per caso: iniziarono la ricerca, le interviste, l’ascolto, la scrittura. Una valigia: un segno simbolico potente e già insopportabilmente doloroso, nella storia della deportazione.

Le liriche di Anna Segre, a parte quella iniziale, “Judenrampe”, seguono le testimonianze, e ne sono – ha ragione Anna – distillati in forma poetica. Distillati che estraggono  il cuore puro delle già purissime parole di Ida Marcheria, Giacomo Marcheria, Alberto Mieli, Mario Limentani, Edith Bruck, Samuele Modiano, Yoseph Varon, Piero Terracina,  Rubino Romeo Salmonì, Shlomo Venezia, Agata (Goti) Bauer, Liliana Segre, Guido Bianchedi, Sion Burbea, Alberto Sed, Giuseppe Di Porto, Nedo Fiano, . E anche di  Marisa Di Porto (che non parla, ma “il mio silenzio è puro e contiene tutto”), Giacomo Moscato (che ha parlato con le autrici, ma non di Auschwitz), Raimondo Di Neris (l’amato compagno perduto di Romeo Salmonì, di Nedo Fiano e di tanti altri), Rahamin Cohen (un rodiota molto malato, ma non spezzato), Settimia Spizzichino (che ha parlato, ma è scomparsa prima che questo libro fosse ideato, come pure Luigi Sagi, Giovanni Melodia, Vittorio Emanuele Giuntella).

Le parole risuonano anche in assenza, in questo testo e nella vita, se ce ne è memoria.

I loro ritratti poetici li colgono nell’essenziale della testimonianza. Testimonianza che, ci ha detto Anna Segre lo scorso 27 gennaio a Livorno, durante un incontro alla libreria “Le Cicale Operose”, non è stata restituita con le modalità – comunque meritorie – delle interviste conservate dalla Shoah Foundation: non c’è un canovaccio di domande e risposte. Le autrici hanno ascoltato e hanno distillato, con amore e con rispetto, il “chi” che emerge dai ricordi messi in parola. Sappiamo che uno dei rischi degli intollerabili numeri della Shoah è la perdita dell’essenziale individuale, del “chi” di ognuna e ognuno di loro, sia di chi è scomparso, sia di chi è tornato, sia dei sommersi che dei salvati. Accade anche che, in questa ricerca appassionata, disperata e ostinata del “chi”, emerga un nome che, forse, nessun altro ha potuto o saputo ricordare. È nella testimonianza di Edith Bruck: Isaac Reisman, un uomo che, a Bergen Belsen,  lei dovette trascinare verso la “tenda della morte”, ma era ancora vivo, e mormorava: “Mi chiamo Isaac Reisman, se torni a casa, racconta che io sono morto qui, la mia famiglia si chiama così …”.

Le liriche di Anna Segre rimandano alla nota affermazione di Theodor W. Adorno, per cui non avrebbe potuto esserci poesia, dopo Auschwitz. Ma il grande poeta Paul Celan replicava: “Raggiungibile, vicina e non perduta in mezzo a tante perdite, una cosa sola: la lingua. La lingua, essa sì, nonostante tutto, rimase acquisita”, ed è la stessa posizione di Hanna Arendt. Continua Celan: “Ma ora dovette passare attraverso tutte le risposte mancate, passare attraverso un ammutolire orrendo, passare attraverso le mille e mille tenebre di un discorso gravido di morte. Essa passò e non prestò parola a quanto accadeva: ma attraverso quegli eventi essa passò. Passò e le fu dato di riuscire alla luce, ‘arricchita’ da tutto questo. Con questa lingua, in quegli anni che seguirono, io ho tentato di scrivere poesie: per parlare, per orientarmi”. È l’orientamento di cui ancora abbiamo bisogno, come e più del pane, per affrontare quell’esperienza di morte in vita, quella indiscriminatezza del male, quel “dolore immedicabile, secondo le parole di  Rav Isidoro Kahn.

“Judenrampe” termina  con un prezioso apparato didattico, “Frammenti”:  alcune parole chiave (“Arrivo”, “Appello”, Famiglia nel campo”, “Cognizione del tempo”, “Indicibile”, “La mente del carnefice”, “Pane”, “Solidarietà”, “Strategie di sopravvivenza”, “Ritorno”  - e questo tema meriterebbe un articolo a parte: le domande crudeli, “Come hai fatto a sopravvivere?”, oppure il rifiuto ad ascoltare) sono seguite da alcuni estratti delle testimonianze.  E poi, “Benefesh”: il ricordo, con le sue proprietà brucianti e balsamiche.

Chiudo con le parole di Edith Bruck: “Noi ex deportati siamo sfruttati, come se fosse un nostro dovere testimoniare: non è giusto, è un ennesimo tatuaggio, un’ennesima persecuzione. L’obbligo, il peso, il dovere di testimoniare. Signora Auschwitz. D’altra parte, chi non è stato nei campi non può testimoniare, è impossibile”. Ma noi ne abbiamo bisogno, ancora. Lasciateci, nella vostra generosità a volte ribelle, sempre consapevole, questo bisogno  forse egoista, ma noi abbiamo bisogno delle vostre parole, per sempre. Riporto questa riflessione dal libro di Anna Segre e Gloria Pavoncello, facendola mia: “La Shoah ha in sé una tale tormentosa iniquità, da non farti sentire nel giusto se taci, né tranquillo se parli”. Sono loro grata per questa lucida espressione del disagio doloroso che da sempre provo. Ma sono convinta dell’importanza civile, etica, umana di un lavoro per cui “Non un nome andrà perso”. Parlando di Shoah, ma non solo.

Judenrampe: Gli ultimi testimoni, a cura di Anna Segre e Gloria Pavoncello, prefazione di Leone Paserman, edizioni elliot, 2010

 Paola Meneganti

[1] www.lastambergadeilettori.com, 25gennaio 2010

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