Se amare e donarsi porta alla vergogna – Il Tirreno 27.8.2008

Non ero ancora riuscita a scrivere niente sulla ragazza che, pochi giorni fa, si è uccisa, a diciassette anni, forse sommersa da un dolore più grande di lei e della sua capacità di sopportarlo. Due anni prima, davvero bimba, aveva acconsentito ad una richiesta del fidanzato, il quale, dopo che si erano lasciati, aveva messo in giro alcune loro immagini insieme. La predazione come pratica per molti maschi, troppi.
Immagino il senso di intimità violata che deve aver sofferto; la fiducia tradita, il dono di sé scempiato e svillaneggiato. Immagino la sua titubanza quando ricevette la richiesta. Si sarà chiesta se farlo o no, avrà combattuto con la paura del dire sì e la paura, uguale e contraria, di perdere l’amato. Il ricatto d’amore, l’eterna questione del dono o della negazione, del ritirarsi o del darsi, che ogni donna conosce, a qualsiasi età. Seguire il desiderio, senza sapersi o potersi chiedere, a volte, se davvero è desiderio proprio o non, piuttosto travestimeto dell’ossessione altrui.
Le lezione, troppo amara, che deve averne tratto è che amare e donarsi porta alla ferita mortale ed alla vergogna. Nessuno, evidentemente, ha potuto risarcirla, nessuno ha potuto lenire, con il giusto balsamo, la sua vita lacerata. Avrà visto sguardi beffardi e udito parole giudicanti. Deve essersi sentita terribilmente sola. La vergogna ed il dolore sono intollerabili nella solitudine e possono essere affrontati solo con la parola e in presenza di uno sguardo altro che accetti e condivida. Non è facile trovarlo, ma non è facile neppure farlo filtrare nella cortina di una sofferenza immedicabile. Penso allo strazio dei suoi genitori.
Lei è morta, e aveva diciassette anni. «E come tutte le più belle cose/vivesti solo un giorno, come le rose».

ANDRE’ GORZ SCRIVE A D., di Rossana Rossanda – il manifesto – 26 Aprile 2008

E’ un bellissimo articolo, di Rossana Rossanda;  una storia tutta dentro al Novecento, con i pensieri, le contraddizioni, le sfumature, i dolori di quel secolo. E’ una storia d’amore: l’amore per il mondo, l’amore che legava André Gorz e Dorine Kahn.

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Verso la fine del 2006 usciva a Parigi “Lettre à D.” di André Gorz. Sottotitolo: «Récit», racconto o rendiconto. D. era la sua compagna, Dorine. Ci sorprese di Gorz, che veniva da Les Temps Modernes di Sartre, del quale avevamo conosciuto sempre libri e saggi filosofici o politici, ma questa era una lettera d’amore. Di più, un lungo domandare perdono a lei, tanto più forte. Dopo cinquantotto anni di vita passati assieme, era sempre così «bella e aggraziata e desiderabile» che egli «di recente (era) tornato a innamorarsene».
Da quando si erano incontrati a Losanna nel 1947, ancora frastornati dalla guerra, non si erano più lasciati, lei la sua sola donna, lui il suo solo uomo. Lui un allampanato ebreo austriaco – cioè niente, aveva detto qualcuno – lei un’affascinante ragazza inglese, la pelle trasparente e la capigliatura rosso miele. Che cosa avrebbe potuto vedere in lui quello splendore? Invece lo splendore lo aveva visto e si erano consegnati l’uno all’altra. Per la vita, aveva deciso lei; lui dubitava di tutto, e in specie di ogni istituzionalizzazione, ma lei aveva tagliato corto: un progetto di vita è cosa che si sceglie e sarebbe stato, e sarebbero stati, quel che ne avrebbero fatto.

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